Migliorare le condizioni di lavoro nell’industria tessile globale è l’impegno che si è presa la campagna Abiti Puliti, dare un diritto a tutti i cittadini ed un prezioso vantaggio per tutti i lavoratori ma anche un’ opportunità per le imprese. Ne parliamo con Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti

Per garantire un rapporto di lavoro nel rispetto occorre il rispetto della dignità del lavoratore e dei diritti umani, senza alcun dubbio, ma questo non sempre accade. Molte persone nel mondo sono costrette a condizioni di lavoro terribili, spesso in mancanza dei requisiti di sicurezza e dignità personale. Ciò accede spesso anche per donne e bambini. Ne parliamo con Deborah Lucchetti,Coordinatrice Nazionale della Campagna Abiti Puliti  .

Cosa si intende per filiera trasparente nel settore della moda?

E’ quella filiera che consegna ai consumatori le informazioni chiave per identificare la catena produttiva che si cela dietro l’abbigliamento e le calzature ormai da molto tempo. Noi sappiamo che questo è un mondo basato su siti reticolari molto complessi, articolati e globali perciò ricostruire le fasi produttive non è una cosa facile. La trasparenza che chiediamo ai grandi marchi multinazionali committenti è di mettere in chiaro dove producono, quanti lavoratori conivolgono e le tipologie di prodotto. Questa è la richiesta minima della campagna internazionale “Go Transparent” il set per poterci orientare, capire e riscotruire chi produce quello che noi indossiamo .

Di cosa si occupa la campagna Abiti Puliti?

È un network globale fatto di campagne nazionali e noi siamo l’equivalente italiana della clean clothes campaign  che si occupa da quasi trent’anni di promuovere e difendere i diritti delle lavoratrici (in particolare) ma anche dei lavoratori del settore tessile, abbigliamento e calzature. Un settore che nel corso degli ultimi decenni ha subito le maggiori trasformazioni in termini di delocalizzazione, ormai ricollocato nei paesi ad alta densità di lavoro con condizioni problematiche in materia di rispetto, di diritti fondamentali umani e del lavoro. Parliamo sopprattutto del centro Nord Africa e del centro America ma anche di est Europa.

In che condizioni lavorano le operaie nelle fabbriche dei grandi marchi della moda?

Abbiamo un sistema di identificazione delle violazioni dei diritti umani specifici nelle fabbriche. Questo ci consente di andare a operare direttamente sul campo con le vittime, abbiamo contatti diretti con casi molto specifici che hanno una propria configurazione dal punto di vista degli abusi e delle violazioni subite; si tratta di un settore che tende a penalizzare le donne e le categorie più deboli, anche se non si può generalizzare, quindi con una questione di genere molto importante.
 Si impiegano spesso lavoratori spesso migranti, giovani donne e  precari perchè le filiere internazionali (fatte di appalti, sub-appalti fino ad arrivare al lavoro a domicilio) praticano contratti penalizzanti. Addirittura non esistono i contratti in molti dei Paesi di cui noi ci occupiamo. 
Ci sono problemi molto importanti per la salute e la sicurezza e il salario non è quasi mai dignitoso. Abbiamo fatto moltissimo lavoro di ricerca su questo tema, abbiamo scandagliato  il mondo della produzione anche in Europa verificando e dimostrando che i salari percepiti dai lavoratori del settore sono altamente al di sotto della soglia di sostenibilità e dignità, anche quando rispettano i salari minimi legali stabiliti per legge. 
Parliamo quindi di lavoratori poveri, anzi poverissimi, che lavorano in situazioni a volte di schiavitù o comunque di coercizione; in alcuni Paesi ci sono stati dei casi drammatici in cui i lavoratori sono morti a causa di incendi, di crolli, ecc., lavoratori chiusi dentro fabbriche non sicure (fabbriche prigione) morendo perchè inabilitati alla fuga. Ci sono anche casi di molestie  e abusi, anche psicologici. 
Questi sono solo alcuni dei principali problemi; tutto ciò impedisce a questi lavoratori e lavoratrici di emanciparsi, godere della libertà di associazioni sindacali.
 In molti casi e Paesi di cui noi ci occupiamo spesso non esiste la libertà sindacale o è fortemente ostacolata questo chiaramente è l’elemento più importante che pregiudica la possibilità stessa per le persone che subiscono violazioni di organizzarsi e di poter rivendicare i propri diritti.

Anche in Cambogia e Bangladesh ci sono situazioni lavorative decisamente drastiche che vale la pena portare alla luce, ci addentriamo ulteriormente in questi casi?

Sicuramente il Bangladesh è un Paese molto noto per le tragedie industriali più gravi della storia (incendi e crolli). L’industria tessile già era fiorita in maniera totalmente folle e disordinata, poi ha visto il proliferare di fabbriche verticali con molti piani, tutti costruiti senza sistemi di sicurezza e tutti passibili di gravissime possiblità di incidenti, un settore assolutamente fuori controllo. 
Il Bangladesh è il secondo Paese esportatore verso l’Europa, dopo la Cina. 
Grazie agli accordi sulla sicurezza nel settore tessile, le cose stanno cominciando (con grande lentezza e fatica) a modificarsi almeno per quanto riguarda i macro problemi riguardanti la sicurezza e la prevenzione dagli incendi. 
La Cambogia ha altri problemi importanti ci sono state grandi manifestazioni dei lavoratori per i salari, (bassissimi come lo sono in Bangladesh). Dobbiamo entrare nell’ottica che sono cinque i pilastri della dignità umana: la possibilità di pagarsi l’affitto, i trasporti, il vestiario, il cibo con una quantità di calore sufficienti a garantire una discreta salute, l’istruzione ed infine gli imprevisti.

In che modo è possibile sostenere l’iniziativa #VediamociChiaro nata proprio per poter far cessare tutto questo?

Questa campagna ha il difficile compito di monitoraggio e di pressione sulle imprese quindi per motivi di autorevolezza e indipendenza non può ricevere finanziamenti dal mondo dell’industria. Abbiamo bisogno del supporto popolare, noi pensiamo che questo tipo di attività abbia benefici non solo per i lavoratori ma anche per i consumatori, quindi li invitiamo ad acquistare in maniera consapevole. Esattamente come ci disturba mangiare un prodotto pieno di pesticidi, ormoni e poco salutare allo stesso modo dovrebbe inorridirci indossare un abito confezionato con il sangue perchè qualcuno ha sofferto, è stato molestato o ha vissuto in condizioni di schiavitù.

di Laura Pescatori

Fonte: TerraNuova.it

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2 thoughts on “Cosa sapere per non comprare abiti prodotti da lavoratori sfruttati”

  1. Operazione degna di alto valore. Bisognerebbe però che queste informazioni fossero divulgate perché alla fine le sa solo chi legge terra nuova e gli addettj ai lavori…..l’importante è informare i consumatori al di fuori di certi circuiti.

  2. Questo articolo potrà essere considerato efficace se verrà seguito da un elenco di ditte che si approvvigionano nonostante il lavoro schiavistico dei loro produttori. Penso che senza il boicottaggio attivo dei consumatori non potrà essserci alcuna pressione nè cambiamento.

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