Articolo di Alfonso Pasquale, Presidente del CeSLAM (Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani) e fondatore della “Rete Fattorie Sociali” per scuolaambulantediagricolturasostenibile.wordpress.com

La tradizione degli orti urbani

Per capire il rinnovato interesse per la cura e la coltivazione degli orti nelle medie e grandi città (orti urbani), bisogna tornare indietro con gli anni. Prima dell’età industriale, ad ogni fase di crescita urbana ha corrisposto una proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi a coltura. Gli orti erano piuttosto comuni in tutte le medie e grandi città. Con l’avvento dell’industrializzazione  e la conseguente espansione delle città, l’equilibrio ha incominciato a rompersi e i campi coltivati nelle aree urbane e periurbane hanno teso a restringersi. Sono stati i nuovi arrivati dai territori rurali a tentare di contenere lo squilibrio.

In Italia, già nella seconda metà dell’Ottocento, i processi migratori delle aree rurali verso le città erano accompagnati dalla reinvenzione della tradizione degli orti negli interstizi dei grandi complessi edilizi urbani; una tradizione che costituiva la modalità con cui i contadini diventati operai restavano legati in qualche modo alla loro cultura originaria ed evitavano gli effetti alienanti della vita di fabbrica. Spesso erano le aziende o gli istituti delle case popolari a promuoverli per soddisfare un bisogno di comunità che la vita urbana tendeva a sfaldare. Il fenomeno era nato in Germania, per iniziativa di amministrazioni comunali e piccoli industriali impegnati ad affrontare il problema della povertà. Questi orti erano stati chiamati Armengärten (orti dei poveri) perché i lotti venivano assegnati ai poveri e ai senza tetto. A Lipsia iKleingärten erano, invece, riservati ai bambini. Ma la peculiarità di tali pratiche era emersa in Francia coi jardins ouvriers (giardini operai) sorti dall’attività di mons. Jules Lemire, non solo uomo di chiesa, ma anche professore e politico di grande statura.

Negli anni Trenta del Novecento venivano poi promossi gli orticelli di guerra, nel quadro della “battaglia del grano” e della ruralizzazione degli italiani che Mussolini perseguiva. Anche l’America conosceva l’esperienza dei relief gardens (orti di soccorso) e durante la seconda guerra mondiale quella deivictory gardens (orti della vittoria).

Dopo la guerra e fino al boom economico, in tutti i paesi occidentali gli orti urbani subiscono un declino perché sono considerati una vera anomalia. L’orto in città diventa il simbolo di una condizione sociale ed economica inferiore, un elemento di degrado paesaggistico. E questo appannamento dura fino agli anni Settanta, quando, in tutte le grandi metropoli statunitensi e canadesi, nascono i primi community gardens(orti di comunità). Con tali iniziative, alcuni gruppi di cittadini incominciano a recuperare zone abbandonate a se stesse, degradate e fatiscenti, per riportarle a nuova vita. Anche in Italia si reinventa ancora una volta la tradizione degli orti allocati all’interno del tessuto urbano, che non appartengono a chi li coltiva, ma sono proprietà comunali occupate abusivamente o assegnate a cittadini che ne fanno richiesta.

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In questa nuova primavera dell’agricoltura urbana c’è una maggiore diversificazione dei fruitori dell’orto. Non solo operai, ma anche impiegati, insegnanti, professionisti e, soprattutto, pensionati. Inizialmente non è un fenomeno associativo o promosso da aziende e amministrazioni pubbliche, ma sono iniziative individuali, disorganiche, spesso abusive, mal tollerate se non apertamente disprezzate e osteggiate dagli abitanti dei quartieri in cui si trovano. Il declino degli orti urbani, che si era verificato tra la seconda metà degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Settanta, era dipeso dall’imperante esecrazione per ogni forma di economia domestica, ma anche dalla nascita di altri modi di impiegare il proprio tempo libero. Non solo la televisione ma anche le ferie. Alla rispettabilità sociale e familiare conferita da un orto o un giardino ben tenuto, si era sostituita quella del “mese al mare”, ovviamente incompatibile con il mantenimento di un orto.

Prove di terziario civile innovativo nelle città

Con l’avvento della nuova ruralità, indotta da una domanda diversificata di servizi da parte di coloro che vivono nelle aree urbane, e dunque del processo di terziarizzazione dell’agricoltura come aspetto fondamentale della sua multifunzionalità, si vanno diffondendo nuove pratiche di orti urbani. I protagonisti non sono più soltanto gli anziani, bensì le giovani coppie con figli. Gli interessi che spingono questi nuovi “ortisti” sono svariati: dalla voglia di sperimentare nuovi processi produttivi (agricoltura biologica e biodinamica, permacoltura, ecc.) alla lavorazione del legno ricavato dagli alberi di città per autocostruire manufatti e utensili di uso comune, dal compostaggio alla realizzazione di orti condominiali sui tetti, dall’educazione alimentare e ambientale all’ortoterapia. L’espandersi dell’interesse per l’agricoltura sociale ha suscitato un’attenzione nuova verso gli orti urbani da parte delle scuole e dei centri socio-sanitari. Nell’ambito dei servizi alle comunità delle fattorie sociali incominciano ad essere allestiti anche gli orti urbani.

Svariate sono, dunque, le tipologie di orti urbani che si vanno realizzando. Qui si elencano le principali:

  1. orti organizzati da fattorie sociali su terreni propri, suddivisi in parcelle assegnate ad ortisti;
  2. orti organizzati su proprietà comunali affidate dai comuni ad associazioni, gruppi o scuole che li utilizzano in modo indiviso oppure ripartendoli in parcelle a disposizione dei singoli soci ortisti;
  3. orti organizzati direttamente dai comuni su propri terreni e assegnati ad ortisti che ne facciano richiesta;
  4. orti organizzati all’interno di scuole, istituti di pena, centri salute su terreni propri utilizzati, direttamente o in collaborazione con organizzazioni esterne, a fini educativi, terapeutici e riabilitativi.

Come si può notare, in queste diverse tipologie ci sono sempre due figure: quella dell’ortista e quella dell’organizzatore dell’attività. L’ortista è un cittadino che non ha come fine il compimento di un’attività rivolta al mercato, bensì l’esercizio di un’attività composita, il cui aspetto produttivo confluisce e si conclude nell’autoconsumo. E per poter realizzare un’attività di questo tipo, diventa fruitore, consapevole ed esperto, di un servizio. La motivazione  che lo spinge riguarda esclusivamente la ricerca di benessere psico-fisico, socialità, convivialità e partecipazione ad un percorso culturale e/o educativo per coltivare nuovi stili di vita più sostenibili. È disposto a pagare la prestazione di cui è fruitore. Nella maggior parte dei casi, è privo della professionalità e dei mezzi tecnici necessari per svolgere l’attività ma è pronto ad acquisirli.

L’organizzatore del servizio può essere un soggetto privato o pubblico che ha la disponibilità del terreno su cui si svolge l’attività ed è il titolare/responsabile dell’attività medesima.  Egli deve soddisfare un fruitore particolare, fortemente motivato, abbastanza consapevole e potenzialmente esperto.  Il movente dell’organizzatore è l’idea di creare un’attività terziaria in agricoltura per allestire, in una data comunità, un servizio socio-culturale innovativo dai forti risvolti ecosistemici e paesaggistici. Questa attività permette, infatti, di conseguire una serie di obiettivi d’interesse generale. Qui si dà conto solo di alcuni:

  1. accompagnare le persone ad assumere la responsabilità verso le risorse agricole e ambientali;
  2. realizzare esperienze collettive di agricoltura comunitaria non rivolta al mercato per favorire la cittadinanza attiva, accrescere i legami sociali e la convivialità;
  3. aiutare i cittadini residenti a riappropriarsi del territorio in cui si vive e a contribuire alla conservazione della cultura materiale;
  4. favorire l’incontro intergenerazionale (ad esempio, scolaresche e centri anziani) e interculturale (collaborazione tra gruppi etnici diversi);
  5. promuovere l’inclusione di persone svantaggiate mediante percorsi terapeutici e riabilitativi utilizzando le piante;
  6. favorire l’insegnamento e la diffusione di tecniche di coltivazione e di smaltimento dei rifiuti (compostaggio) basate sul principio della sostenibilità ambientale;
  7. promuovere le “buone prassi” nella conduzione degli orti attraverso forme di educazione ambientale;
  8. recuperare cultivar locali anche attraverso la costituzione di campi varietali;
  9. favorire l’autoproduzione di sementi e di varietà locali;
  10. recuperare tecniche tradizionali (muretti a secco, canalizzazioni, potature, innesti, ecc.).
I regolamenti per gli orti urbani

Le modalità del servizio “orti urbani” sono di diverso tipo a seconda dei soggetti che lo gestiscono. I rapporti che si stabiliscono tra il proprietario dei terreni e il concessionario non rientrano nella disciplina dei contratti agrari perché la causa della concessione non va ricercata nella volontà di dar vita ad un’impresa agricola. Il contratto che viene utilizzato normalmente è il comodato d’uso. Tale tipo di contratto (articolo 1803 del codice civile), essenzialmente gratuito, permette al proprietario (comodante) di consegnare al comodatario il terreno affinché egli se ne serva per un tempo e per un uso determinato con l’obbligo di restituirlo nelle medesime condizioni in cui è stato ricevuto. Il comodatario sarà obbligato alla restituzione alla scadenza del termine convenuto o, in mancanza di termine, quando il comodatario se ne sarà servito in conformità del contratto. Più precisamente il comodatario sarà tenuto alla restituzione del bene non appena il comodante ne faccia semplice richiesta.

È del tutto evidente la precarietà del rapporto che si stabilisce tra il proprietario e il concessionario, i cui interessi e apporti differenti si potrebbero meglio contemperare se si rivitalizzassero, in forme nuove, i vecchi contratti agrari associativi, superando il divieto.

Se l’organizzatore del servizio “orti urbani” è un’impresa agricola, è questa a fornire agli ortisti gli attrezzi e l’occorrente per svolgere l’attività di coltivazione. Essa definisce anche il regolamento di funzionamento del servizio e l’ammontare  del corrispettivo della prestazione che i fruitori dovranno pagare.

Se l’organizzatore del servizio “orti urbani” coincide con l’amministrazione comunale proprietaria dei terreni,  è questa ad emanare il regolamento che definisce le modalità di gestione, concessione ed uso degli orti. Provvede essa stessa a concedere i lotti ai cittadini, previa emanazione di bandi pubblici. Per favorire la partecipazione degli ortisti, il comune può prevedere la costituzione di comitati di gestione eletti, a maggioranza, dalle assemblee dei concessionari dei lotti e a cui vengono affidati particolari compiti definiti dal regolamento e imposte le condizioni ritenute essenziali a tutela della proprietà comunale, della salute pubblica e dell’integrità ambientale.

Se l’organizzatore del servizio “orti urbani” è un soggetto diverso dall’amministrazione comunale proprietaria dei terreni, sarà esso il concessionario dell’orto comune. Esso normalmente possiede lo status soggettivo di associazione (riconosciuta o non riconosciuta), fondazione, cooperativa sociale, organizzazione di volontariato, onlus, gruppo costituito come centro autonomo di interessi disciplinato da accordi stipulati dagli associati, scuola, struttura socio-sanitaria. E viene individuato a seguito di bandi pubblici emanati dal comune sulla base del regolamento comunale che definisce le modalità di allestimento, gestione, concessione ed uso degli orti. L’ente concessionario può utilizzare l’orto in modo indiviso oppure ripartendolo in lotti da assegnare a singoli cittadini mediante la pubblicazione di bandi.

Tutti i concessionari, sia degli orti comuni che delle singole parcelle, sono tenuti a versare il contributo alle spese di organizzazione del servizio (gestione e manutenzione straordinaria).

I comuni si riservano di effettuare i controlli e il monitoraggio delle condizioni del suolo e delle acque di irrigazione per evidenziare eventuali contaminazioni ai fini del consumo alimentare.  Qualora vengano evidenziati tassi di inquinamento che non consentano l’utilizzo alimentare dei prodotti, sono inibite le produzioni agricole ai fini del consumo alimentare e valutate le possibilità di introdurre colture non commestibili (ornamentali, arboree, arbustive o di fito o micodepurazione), la bonifica meccanica del terreno nonché la realizzazione di orti rialzati con terra o biomassa di riporto e coltivazione di specie vegetali commestibili a radice corta.

Sono già alcune decine i comuni e le altre amministrazioni pubbliche che hanno emanato i regolamenti per gli orti urbani e c’è un pullulare di tavoli di confronto in altrettante amministrazioni su questa materia. Manca, tuttavia, una visione d’insieme e, soprattutto, non c’è un approfondimento sulle forme di gestione di beni che appartengono alle popolazioni e non dovrebbero quindi essere privatizzati nemmeno nella forma dell’assegnazione ad associazioni private non lucrative. Alcuni comuni hanno allo studio progetti di utilizzazione di terreni comunali da affidare a cooperative di comunità o a fondazioni di partecipazione per fare in modo che il protagonismo delle comunità locali abbia una platea la più ampia possibile.  Visioni stataliste e burocratiche frenano ancora la ricerca di forme di gestione comunitarie che possano ispirarsi alla tradizione dei demani civici e delle proprietà collettive e, dunque, a forme di reale coinvolgimento dell’insieme dei cittadini di un determinato territorio. Negli ambiti urbani, il modello di gestione – ancora in fase progettuale – che più si avvicina alla tradizione delle proprietà collettive è il “Condominio di Strada”, promosso dall’Unione Nazionale Inquilini Ambiente e Territorio (UNIAT) e dell’Unione Piccoli Proprietari Immobiliari (UPPI), per creare comunità di proprietari e inquilini lungo le vie cittadine e organizzare servizi comuni, compresa la gestione di quei beni (corsi, viali, vicoli, aree verdi, rive di fiumi, ecc.) che da proprietà pubbliche potrebbero progressivamente trasformarsi in proprietà collettive.


Articolo di Alfonso Pasquale, Presidente del CeSLAM (Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani) e fondatore della “Rete Fattorie Sociali”
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