A subire le conseguenze negative dei cambiamenti climatici saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Philip Alston, relatore speciale dell’Onu sull’estrema povertà, denuncia l’inazione dei governi

di Chiara Severgnini per il Corriere della Sera

La Terra rischia l’«apartheid climatico»: in un’epoca sempre più segnata dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, i ricchi hanno i mezzi per sfuggire alla fame, «mentre il resto del mondo è lasciato a soffrire». Allo stesso tempo, «i discorsi cupi dei capi di governo e le conferenze non stanno portando a un’azione significativa». È l’allarme lanciato da Philip Alston, relatore speciale dell’Onu sull’estrema povertà. L’esperto pone l’accento sul fatto che nel prossimo futuro le nazioni in via di sviluppo soffriranno almeno il 75% dei costi umani e sociali dei cambiamenti climatici. Il paradosso è che la metà più povera della popolazione mondiale genera solo il 10% delle emissioni di Co2 (i Paesi che ne emettono di più sono Stati Uniti e Cina, seguiti dai 28 Stati membri dell’Unione Europea). «Coloro che hanno contribuito di meno alle emissioni», chiosa Alston, «saranno i più colpiti».

Le dure parole del funzionario — che fa parte di un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite — si leggono all’interno del rapporto che ha presentato il 24 giugno al Consiglio dei diritti umani dell’Onu. In alcune dichiarazioni rilasciate a commento del report alla BBC, Alston critica anche le misure adottate dagli organismi delle Nazioni Unite, definendole «palesemente inadeguate». Secondo l’esperto australiano, quanto fatto finora non salverà la Terra dal «disastro imminente». E le conseguenze dei cambiamenti climatici sui Paesi più in difficoltà potrebbe rendere vana buona parte degli sforzi fatti negli ultimi 50 anni per combattere la povertà. L’avvertimento di Alston riecheggia quanto detto già nel 2007 dal Panel Intergovernativo sul Climate Change, secondo cui i «più poveri al mondo» sarebbero stati i più colpiti dai disastri climatici.

Critiche ai governi e all’Onu

Alston ha denunciato l’inazione dei governi dei Paesi più avanzati, criticando in particolare le decisioni del presidente brasiliano Jair Bolsonaro (che ha indebolito le legislazioni a tutela delle foreste amazzoniche) e le prese di posizione di Donald Trump, colpevole di aver «silenziato attivamente» la ricerca scientifica sul cambiamento climatico. Ma l’esperto non risparmia parole dure anche per il Consiglio Onu per i Diritti Umani, che, secondo lui, «non può più permettersi di limitarsi a organizzare panel di esperti» e di «far scrivere report che non portano a nulla»: bisognerebbe identificare e proporre azioni specifiche, la cui implementazione andrebbe poi attentamente monitorata.

Le conseguenze sulla democrazia

Il report presentato da Alston menziona anche una stima del numero di persone che saranno costrette a migrare per colpa del clima: 140 milioni in totale, tra Africa Sub-Sahariana, America Latina e Sud Est Asiatico. E quando i governi saranno costretti a fare i conti con le conseguenze di queste migrazioni — in misura ancora maggiore rispetto a quanto sta già accadendo — le conseguenze per la democrazia potrebbero essere disastrose. Coloro che si occupano di diritti umani, scrive Alston, devono «prendere atto del fatto che i diritti umani potrebbero non sopravvivere agli stravolgimenti del futuro».

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