SAVE THE DATE! Il 29 novembre i ragazzi dei Fridays for Future hanno chiamato al IV sciopero globale per il Clima. Noi saremo in piazza con loro e vi invitiamo a fare altrettanto!

In alcune città, tra cui Torino, la ormai nota (per quanto ignorata dai politici) richiesta di dare finalmente attuazione pratica ai proclami di riduzione delle emissioni, stavolta viene affiancata dallo slogan ”B l a o c k Friday”. Si può leggere questo come approfondimento della loro analisi? 

Analisi che finora, questa l’ipotesi, ha forse troppo sottolineato le questioni tecniche dell’emergenza climatica, dando poco risalto alle questioni politiche e sociali e ha considerato scienza solo le scienza naturali, ascoltando poco quelle umanistiche.

Perché se è vero, come i ragazzi dicono, che non si dovrebbe chiedere a dei minorenni di saper dare le risposte dettagliate alla crisi che loro chiedono di affrontare, è anche vero che nel loro discorso predominante di dare ascolto alla “scienza” c’è sia un grande merito che un grande limite: il merito di aver trovato un discorso semplice con la capacità di unire piuttosto che dividere – ed è forse proprio quello che, fino all’avvento del loro movimento né l’ambientalismo tradizionale né movimenti più radicali come la decrescita sono riusciti a fare. Il limite è che il problema del clima (e delle altre crisi ambientali) viene discusso come un problema principalmente tecnico, trascurandone la componente politica, economica e sociale. Certo, alcuni cenni vengono fatti, in particolare all’importante concetto della giustizia climatica, che fa riferimento al fatto che ci sono delle responsabilità diseguali per i problemi che dobbiamo affrontare, e quindi anche responsabilità diverse per quanto riguarda la loro soluzione. Però allo stesso tempo si dice, per esempio nel breve Manifesto Fu.tu.ro pubblicato insieme alla convocazione per questo sciopero:

diamo voce alla scienza: questa riduzione è geofisicamente possibile. La scienza e la tecnologia per questa transizione ci sono. Sappiamo come fare, manca la volontà politica ed economica per farlo.

Certo, la transizione sicuramente è geofisicamente possibile. Anzi, dal punto di vista geofisico prima o poi avverrà volenti o nolenti. La questione è se avverrà attraverso un collasso (che anche ‘decrescita infelice’ si potrebbe chiamare) oppure atttraverso un percorso collettivamente governato con risvolti positivi per le nostre vite (decrescita felice). La sfida dunque è essenzialmente sociale, culturale, economica e politica. Colpisce però in questo senso che dai FFF viene ascoltato soprattutto un lato del dibattito scientifico. Perché per quanto gli scienzati siano quasi unanimi sulla responsabilità dell’uomo per l’emergenza climatica, per niente unanime è il dibattito sulla risposta necessaria. 

In particolare le scienze sociali, economiche, politiche vengono apparentemente poco considerate dal movimento. Le considerazioni sulla fattibilità si basano sostanzialmente sull’approccio modellistico degli scienzati naturali che scrivono per esempio i report dell’IPCC. Pure questi approcci (a partire dal report ‘Limiti alla crescita’ degli anni ‘70) talvolta arrivano alla conclusione che una crescita illimitata dell’economia è impossibile in un ambiente limitato. Rimane però dominante un discorso attorno ai concetti dello sviluppo sostenibile, del green new deal, della green economy e dell’economia circolare, nonostante il loro assunto centrale, la possibilità di poter continuare a crescere all’infinito economicamente grazie all’innovazione tecncologica che permetterebbe un disaccoppiamento di essa dalla crescita dell’impatto ambientale, sia ampiamente confutata (https://eeb.org/library/decoupling-debunked/ – tra poco ne pubbliccheremo una traduzione italiana). Difficilmente si coglie in questo modo la profondità delle implicazioni che una risposta seria all’emergenza climatica ha per una società basata sulla crescita continua dell’economia.

Però ci sono alcuni elementi che fanno sperare che il movimento dei FFF possa arrivare a dei livelli di analisi, e dunque di proposta, più approfonditi di quanto non possa sembrare finora:

1) Lo slogan “Block Friday” citato inizialmente. “Noi ci schieriamo così contro il consumismo eccessivo che il Black Friday incoraggia, in quanto insostenibile sia a livello ambientale che a livello sociale” scrivono in un comunicato stampa. Ancora questa critica al consumismo va verso la punta dell’iceberg che il black friday rappresenta. Ma è già vicino al riconoscimento che sono proprio le quantità di produzione e consumo che vanno ridotte.

2) Greta Thunberg, quando ha parlato a New York davanti all’ONU ha parlato coraggiosamente delle “favole della crescita infinita” (https://www.npr.org/2019/09/23/763452863/transcript-greta-thunbergs-speech-at-the-u-n-climate-action-summit?t=1574691100172), cominciando dunque a mettere in dubbio questo principio quasi sacro del discorso politico ed economico predominante.

3) FFF Italia alla propria assemblea nazionale di Napoli ha espresso il suo sostegno alle lotte territoriali, dai NO TAP ai NO TAV che si battono proprio contro uno degli eccessi della società della crescita, le grandi opere. (https://www.globalproject.info/it/in_movimento/il-report-dellassemblea-nazionale-di-fridays-for-future/22282)

Io vedo in questo delle aperture importanti verso una critica più profonda al sistema capitalista, produttivista, estrattivista, sviluppista che sta rovinando le basi ecologiche della vita umana. Ovviamente non voglio imporre che cosa deve pensare e rivendicare a un movimento che in questi mesi è sceso in piazza una volta alla settimana, ha promosso infinite altre iniziative e ha finalmente riportato la questione ambientale nella posizione di primo piano in cui va discussa. Ho grande rispetto per tutti loro. Questo sguardo critico al loro discorso intende essere innanzitutto un invito al dialogo reciproco tra i FFF e movimenti come quelli per la decrescita (e non solo), per riuscire a costruire pian piano un movimento ancora più forte.

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