La necessità di una decrescita felice è sancita anche da uno studio finanziato dall’Unione Europea; ora serve una “evoluzione culturale” per implementarla: Un esercizio per il settore AUTO

Un contributo del Gruppo Tematico Economia e Decrescita

Alcuni giorni fa sono stati presentati ufficialmente i risultati del progetto MEDEAS (www.medeas.eu) che consente di costruire “scenari futuri” a partire da un set di variabili (economiche, sociali, politiche, energetiche, ecc…) attraverso simulazioni basate sulla teoria dei sistemi (la stessa utilizzata già negli anni ‘70 dal MIT su incarico del Club di Roma e che ha prodotto il famoso rapporto “Limit of Growth”).

Si tratta di un modello, su scala planetaria, simile al modello 2METE realizzato dall’Università di Pisa in collaborazione col Movimento per la Decrescita Felice per l’Italia e che giunge alle stesse conclusioni, ben espresse da Marga Mediavilla (del gruppo di lavoro che ha sviluppato MEDEAS) nella sua lettera aperta ai ragazzi di Friday For Future.

Per chi ha poca dimestichezza con l’inglese qui di seguito la traduzione di un paio di frasi chiave in materia di mobilità sostenibile (il grassetto è del traduttore):

“[…] gli obiettivi di decarbonizzazione sono raggiunti solo nello scenario che abbiamo chiamato “Decrescita”. Cos’è questo scenario? Consiste in un impegno radicale per la mobilità leggera […], oltre a una riduzione dell’85% della domanda di trasporto aereo e via mare del 60% (un mondo in cui si viaggi meno in aereo e che è molto di più locale). È uno scenario in cui, inoltre, i governi del mondo si coordinano per cambiare l’attuale modello economico, basato sulla concorrenza e la crescita, per un altro sistema in grado di soddisfare i bisogni umani mentre l’attività economica diminuisce.”

Più oltre la Mediavilla, rispetto alla riconversione energetica, spiega che “[…] per ottenere elettricità rinnovabile al 100% nel 2060 […..] in pochi anni, un terzo dell’energia consumata nel mondo dovrebbe essere dedicata alla costruzione di infrastrutture elettriche rinnovabili. Ovviamente sarebbe una sfida formidabile […] se potesse essere più semplice passare a uno stile di vita più sobrio prima di intraprendere una transizione rinnovabile così costosa.”

Ed infine conclude “I risultati ottenuti dai nostri studi finiscono sempre per mostrare una realtà molto ovvia […] : la sostenibilità richiede cambiamenti molto importanti nel modello socio-economico; cambiamenti a cui l’umanità ha resistito.

Dobbiamo cambiare l’attuale sistema economico, basato sulla crescita, in un sistema basato sulla stabilità, e questo non è un compito facile. Questo è il motivo per cui il problema dei cambiamenti climatici, e i problemi ecologici in generale, sono noti da decenni e perché sono passati decenni senza che siano stati risolti.”.

 

In questa prospettiva tutte le riflessioni sulle conseguenze occupazionali ad esempio della riconversione elettrica e l’espansione della mobilità condivisa del settore auto (con una enorme riduzione delle auto di proprietà) sembrano poca cosa, ma ciò non ostante al centro della scena è sempre e solo l’occupazione proprio per come è concepito il modello socio-economico dominante che è centrato sul lavoro retribuito.

Un modello che ha asservito tutta la nostra vita a questa attività e trasformato il vecchio detto “il lavoro serve per vivere” nel paradigma secondo cui “la vita serve per lavorare”.

Per uscire da questo vicolo cieco occorre quindi una “evoluzione culturale” che ridefinisca tutte le strutture della nostra società (dal sistema formativo a quello fiscale, dalla erogazione dei servizi pubblici al modo stesso di concepire l’impresa) liberandole dalla necessità di “preoccuparsi” dell’occupazione (e soprattutto della disoccupazione).

In questa direzione va il lavoro condotto dal Gruppo Tematico Economia e Decrescita del Movimento per la Decrescita Felice che oltre a produrre il già citato Modello 2METE ha elaborato la Visione MDF su Occupazione e Lavoro, sinteticamente riassunta in questo opuscolo divulgativo che propone uno scenario futuro in cui, ad esempio, il sistema formativo è orientato a “educare cittadini” e non più a “sfornare lavoratori”, e nel quale il sistema fiscale “penalizza gli sprechi” invece che basarsi sulla “tassazione dei redditi da lavoro”.

Ma soprattutto propone percorsi (di decrescita felice appunto) utili a costruire questo nuovo paradigma socio-economico.

 

E proprio il caso dell’auto è utile per comprendere come questi percorsi potrebbero essere efficacemente implementati.

Nell’attuale dibattito, infatti, tutto è concentrato sul dichiarare la necessità di “riconvertire” i lavoratori che verranno espulsi dal settore auto, garantire a questi “nuova occupazione”, impegnare lo stato nel “garantire un reddito” a questi lavoratori. Senza considerare che la riconversione di cui stiamo parlando farà si che, riducendosi per tutti la necessità di comprare e manutenere un’auto di proprietà, libererà ciascuno dal bisogno del reddito necessario per comprarla e mantenerla. A questo punto tutti potrebbero lavorare molte meno ore e guadagnare proporzionalmente meno, lasciando ore di lavoro (e reddito) a quanti saranno stati espulsi dal settore dell’auto.

Questo approccio evita la corsa ad inventarsi nuovi modi per dar lavoro alle persone, oltre ad evitare il rischio che i soldi risparmiati dal non dover possedere auto siano utilizzati per andare ogni fine settimana in aereo dall’altra parte del pianeta con effetti ancora più deleteri su inquinamento e distruzione di risorse.

Ma soprattutto ci libera dal ricatto occupazionale che è una delle cause principali della necessità di continuare a crescere all’infinito su un pianeta finito.

 

Sia ben chiaro, tutto quanto sopra non vuole negare che ci siano tante persone che lavorano tanto e guadagnano poco e che quindi non potrebbero permettersi di lavorare (e guadagnare) meno anche se potessero fare a meno dell’auto di proprietà, così come sicuramente ci sono tante situazioni (semmai temporanee) in cui l’auto si ha bisogno di un’auto di proprietà o comunque “ad uso esclusivo”.

Così come non si vuol dire che questo approccio possa essere Tout Court la panacea di tutti i mali della disoccupazione ne della sottooccupazione o del precariato e neppure dalla sovraoccupazione cui tanti sono soggetti sotto il ricatto occupazionale o reddituale.

Ciò su cui ci si vuole soffermare è il fatto che se cambia il paradigma rispetto all’auto di proprietà possono, e secondo chi scrive debbono, cambiare anche tanti altri paradigmi. E che, soprattutto, se non cambieranno tante cose nei nostri stili di vita non risolveremo assolutamente nulla, anzi la situazione potrebbe finire per peggiorare ancora più velocemente.

 

Chi fosse interessato ad approfondire e/o a collaborare con lo sviluppo di questi modelli può rivolgersi al Gruppo Tematico Economia e Decrescita di MDF scrivendo a info@decrescitafelice.it

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