di Giorgio Cattaneo
Bialowieza: la foresta bianca, vergine muta e stravolta dalle umane vicissitudini, attualmente si trova al confine tra Polonia e Bielorussia. E’ un posto incantato dove l’immaginazione aiutata da fruscii di alberi centenari mossi dal vento e dai riflessi di uccelli che volano nell’acqua sgelata dei canali che la attraversano permette di sognare come poteva essere l’Europa prima che l’uomo avesse bisogno di addomesticarla e trasformarla. Questo posto apparentemente selvaggio e distante dalla storia e dalla politica è rimasto nei secoli coinvolto nelle avventure umane incomprensibili o prevedibili per gli alberi che la popolano che sono rimasti silenziosi a guardare l’andirivieni e il destino degli uomini che qui si sono succeduti vestiti con uniformi di diversi colori, vittoriosi, sconfitti, alla macchia.
Il sottobosco è rado ed è facile camminare al di fuori dei sentieri facendo la dovuta attenzione agli acquitrini e alle sabbie mobili che si possono incontrare. Fino al XIV secolo per attraversare l’Europa centrale si viaggiava lungo i sentieri che costeggiavano i fiumi e strade e ponti sono arrivati solo più tardi. Nel XIV secolo la foresta era una riserva di caccia mentre nel secolo successivo il re Ladislao II di Polonia ne divenne proprietario e la utilizzò per rifocillare i suoi uomini in marcia verso la battaglia di Grunwald, l‘ultimo grande scontro tra cavallerie feudali. Pare che si coricò a riposare sotto una quercia che è ancora in ottima salute ed è chiamata la quercia di Jagiello. Se l’Ent che pascola questi alberi avesse voglia di parlare …
Il primo atto legislativo a protezione di Bialowieza risale al 1538 quando il re Sigismondo il Vecchio istituì la pena di morte per i bracconieri di bisonti e la foresta diventò riserva di caccia a partire da due anni dopo. Nel 1639 il re Ladislao IV Vasa emise un editto con cui liberò tutti i contadini del territorio di Bialowieza in cambio che proteggessero la foresta e diventassero cacciatori di bisonti per conto del re. Solo loro avevano libero accesso alla foresta e riportavano storie al limite della leggenda sugli incontri che vi si potevano fare.
Dopo le Spartizioni della Polonia lo zar Paolo I riportò gli abitanti di Bialowieza alle condizioni di servi della gleba e divise il territorio tra aristocratici e ufficiali con cui doveva ingraziarsi lasciandola nelle loro mani. In questo periodo un gran numero di cacciatori ebbe libero accesso e la popolazione di bisonti ne risultò decimata. Lo zar Alessandro I reintrodusse la riserva di caccia: «Solo lo zar può uccidere i bisonti», e la popolazione di bovini selvatici tornò a numeri accettabili.
Lo zar Alessandro II, ancora più geloso, ordinò agli abitanti della zona di uccidere indiscriminatamente tutti i predatori presenti e così scomparvero da qui il lupo, l’orso e la lince. Non voleva spartire neanche con loro il suo tesoro. Eppure da queste parti si dice ancora che se un orso e un bisonte si incontrano la battaglia dura una settimana e… povero orso! I lupi e le linci sono tornati ma l’ultimo orso è stato ucciso nel 1872 e da allora non se ne sono più visti.
Nel 1915 la foresta venne occupata dall’esercito tedesco. Cominciò un’intensa caccia a qualsiasi cosa viva. Nonostante il divieto impartito a partire dal 25 settembre, soldati tedeschi, bracconieri polacchi e predoni sovietici sterminarono i bisonti e l’ultimo venne ucciso nel gennaio 1919, appena un mese prima che l’esercito polacco riconquistasse il territorio di Bialowieza e istituisse il parco nazionale. Negli anni successivi si cercò di riportarli in libertà dagli zoo e nel 1939 ce n’erano di nuovo 16.
Proprio in quell’anno la popolazione locale di origine polacca venne deportata in Siberia per lasciare posto a lavoratori sovietici che nel 1941 vennero a loro volta deportati a seguito dell’invasione nazista. Da quel momento la foresta divenne rifugio di partigiani polacchi e sovietici e si succedettero diverse esecuzioni di massa atte a convincere le popolazioni locali a non aiutare la resistenza. In questo periodo non furono direttamente i bisonti a risentire della discordia tra i potenti perché i tedeschi avevano in mente di costruire qui la più grande riserva di caccia del mondo ma nel 1944 vennero scacciati a loro volta dall’Armata Rossa.
Dal 1947 la parte di foresta entro i confini della Polonia è tornata ad essere Parco Nazionale, mentre la parte Bielorussa che ai tempi rientrava nei confini dell’Urss è protetta solo a partire dal 1991 ma non è Parco Nazionale. Nel 1992 la foresta è diventata Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco e dall’anno successivo è stata riconosciuta come Riserva della Biosfera. Non è la foresta più vecchia, quelle si trovano più a sudest ed è da lì che arrivano i bisonti, ma è tra quelle che si sono conservate selvagge per più lungo tempo.
In Polonia il parco copre una superficie di circa cento chilometri quadrati entro i confini della quale c’è la riserva speciale, dove si può entrare solo accompagnati e dove solo gli studiosi hanno libero accesso. In questa zona si trovano gli alberi più vecchi e ci sono querce con diametro superiore al metro. C’è una parte del parco dove sono rinchiusi alcuni esemplari degli animali che si trovano normalmente nel parco in modo da dare la possibilità a chi viene di vederli anche se non ha tempo di andarseli a cercare. In questo modo si evita anche che i turisti che vengono qui si aggirino al di fuori dei sentieri inseguendo gli animali selvatici stressandoli inutilmente.
In queste terre pascolava fino a fine Ottocento il tarpan che è una delle tre sottospecie di cavallo primitivo da cui è stato selezionato il cavallo domestico. I soggetti più docili venivano utilizzati talvolta per fare vari lavori agricoli ma in linea di massima non potevano essere cavalcati. Alcuni esemplari venivano incrociati con i cavalli domestici per aumentarne la resistenza. Finiti i secoli della cavalleria feudale è cambiato il modo di fare guerra con i cavalli e i tarpan non servivano più a nessuno, l’attenzione dell’uomo nei loro confronti è andata via via scemando e nel giro di poco tempo sono arrivati a estinguersi, ma a partire dagli anni ‘30 si è cercato d ricostruire questa antica razza reincrociando quei soggetti domestici che ne portavano l’eredità. Questi esemplari sono stati reintrodotti a Bialowieza e adesso ne esistono dei branchi che sono tornati nell’ultimo luogo dove hanno vissuto liberi.
Nella parte esterna alla riserva ci sono oltre 400 km di sentieri dove ci si può muovere liberamente e dove è possibile incontrare molti animali selvatici, tra cui i bisonti liberi che adesso, tra Polonia e Bielorussia, a Bialowieza sono più di cinquecento. È sempre meglio non avvicinarsi troppo per non disturbarli, ma ci sono alcune radure dove si ritrovano di frequente.
Quando è morto l’ultimo bisonte libero in Europa, in tutto il mondo ne esistevano ancora 54 individui rinchiusi negli zoo. L’80% dei bisonti attuali è discendente di una sola coppia e tutti di soli 12 individui. Per differenziare il più possibile le scarse informazioni genetiche sono stati formati dei gruppi indipendenti ma alcuni dicono che le informazioni genetiche erano insufficienti al moltiplicarsi della specie e che tra pochi anni il bisonte si estinguerà definitivamente nonostante tutti gli sforzi fatti finora. In America sono stati fatti degli incroci tra il bisonte e la vacca ottenendo dei bufali fertili. La progenie di questi reincrociata ripetutamente con i bisonti dovrebbe arricchire il genoma troppo monotono attuale. Anche a Bialowieza l’istituto di genetica conta su questo espediente per dare più possibilità alle popolazioni locali.
Il bisonte è un animale talmente possente nonostante la sua placidità da poter sembrare leggendario e ci sono delle situazioni in cui, contro ogni possibile previsione, ha dato prova di questa sua natura fuori dell’ordinario. Quando nella prima guerra mondiale vennero costruiti nella foresta oltre duecento chilometri di ferrovia, capitò che un bisonte di ottocento chili vedendo arrivare verso di lui un treno caricò la locomotiva che pesava settantadue tonnellate e il macchinista non fece in tempo a frenare. Nell’impeto dello scontro il bisonte morì volando a venti metri di distanza ma la locomotiva ne risultò distrutta e il treno deragliò di venti centimetri.
Durante la guerra sono stati spostati i confini della riserva e anche se loro non lo sanno ci sono bisonti polacchi e altri bielorussi. Quando si è trattato di spostarli nelle rispettive patrie sono stati fatti passare da un cancello che attraversava una recinzione alta due metri. Un maschio particolarmente selvaggio non ne ha voluto sapere ma trovatosi solo quando tutti gli altri erano ormai dall’altra parte li ha raggiunti scavalcando la recinzione con un balzo.
I villaggi si trovano nelle grandi radure e la gente che ci vive è fiera della foresta e del bisonte che in essa vive ma lo ammirano e lo temono allo stesso tempo per la sua mole e potenza. Il bisonte è un animale coraggioso ma pacifico e in genere se non ne ha bisogno si avvicina raramente alle zone più frequentate dall’uomo ma a fine inverno quando la neve ghiacciata continua insistentemente a coprire i pascoli capita che vada a cercare ristoro nei fienili. In questo periodo per evitare queste incursioni il personale del parco porta loro da mangiare in apposite mangiatoie lontane dai centri abitati e dalle strade.
Relativamente al turismo nel parco ci sono due diversi filoni di pensiero: c’è chi vuole che nessuno ci entri per non distruggerlo e chi dice che un posto per essere difeso deve essere prima conosciuto. In seguito a questa diatriba qualcuno si è preso la briga di valutare quanti danni può fare un turista che percorre i sentieri rispetto a uno studioso che si muove libero nella zona di massima protezione. Anche se i turisti sono circa duecentomila all’anno e gli studiosi solo quaranta stabili e una sessantina che vanno e vengono, sono loro a intaccare di più la foresta. Cosa si vorrebbe ottenere allora decidendo di chiudere l’accesso ai turisti?
(Paola Giacomini, estratti da “Bialowieza, bisonti liberi nella foresta bianca”, dai Quaderni dell’Alpitrek, http://magazine.alpitrek.com/numero1/pag8.htm).
Fonte: www.libreidee.org
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