La crescita economica procede con una forza intrinseca, sfuggita al controllo degli apprendisti stregoni che l’hanno messa in moto e la venerano come dispensatrice di benessere e felicità. Se si costruiscono sempre maggiori quantità di sempre più potenti macchine movimento terra, occorre venderle. Se si acquistano occorre metterle in funzione. Se si mettono in funzione devastano porzioni di territorio sempre più vaste. Se si producono sempre maggiori quantità di cemento occorre venderle. Se si acquistano si utilizzano per coprire di materiale inorganico superfici sempre più vaste. Se si costruiscono macchinari industriali sempre più potenti occorre venderli. Se si acquistano occorre metterli in funzione. Se si mettono in funzione, consumano quantità sempre maggiori di energia e di materie prime per produrre in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci che in tempi sempre più brevi diventano rifiuti. Ma se tutto ciò che si produce non si vendesse, occorrerebbe ridurre la produzione. Di conseguenza diminuirebbero i profitti e occorrerebbe licenziare i lavoratori salariati in esubero. Se diminuissero i profitti e i salari, diminuirebbe la capacità complessiva di comprare, la domanda di merci si ridurrebbe, occorrerebbe produrre ancora meno, si ridurrebbero ulteriormente i profitti e i salari. Si avviterebbe una spirale recessiva con effetti devastanti. La società fondata sulla produzione di merci non può non crescere. Ma la crescita economica si scontra ormai con i limiti fisici del pianeta, con la sua disponibilità di risorse e la sua capacità di metabolizzare i rifiuti. La crescita sarà fermata da Gaia. Se ne vedono già segnali inquietanti. Non restano che la rassegnazione o la rimozione del problema? No. Ognuno può togliere il proprio consenso alla crescita adottando comportamenti quotidiani improntati alla decrescita. Se non c’è nessuna forza in grado di fermare questo treno lanciato a folle velocità verso il precipizio, un numero sufficientemente alto di individui responsabili può smontare per tempo, bullone dopo bullone, il tratto dei binari che ancora gli rimane davanti.
Per arrestare la crescita e trasformarla in decrescita basta ridurre la domanda di merci. Poiché nessuno può obbligare qualcuno a comprare qualcosa, i consumatori hanno nelle loro mani un’arma molto potente, soprattutto in considerazione del fatto che nei paesi industrializzati la crescita dei consumi è ormai sostenuta dall’inutile. Per superare questa difficoltà oggettiva, i costi sostenuti dai produttori per convincere i consumatori a comprare le loro merci sono una quota sempre più rilevante dei costi di produzione totali. E quando il canto delle sirene pubblicitarie non basta a far perdere la testa per cose di cui non si ha bisogno, o non servono a niente, si inoculano nel tessuto sociale dosi massicce di idiozia rivestendo di una presunta valenza etica l’atto dell’acquistare, indipendentemente da ciò che si acquista. «Per far crescere l’economia e ridurre la disoccupazione bisogna rilanciare i consumi», sentenziano gli economisti. Buy something, traducono i pubblicitari. Comprate qualcosa. Non importa cosa. All’attuale livello di crescita non si lavora più per produrre qualcosa che serva, ma si deve comprare qualcosa che non serve per poter continuare a produrre.
Socrate andava di tanto in tanto al mercato per vedere quanto fosse grande il numero delle cose di cui non aveva bisogno. Senza essere Socrate, chi ha un po’ di rispetto per la sua intelligenza e vuole contribuire a fermare la crescita tumorale del prodotto interno lordo non può che proporsi il buy nothing come stile di vita. Nel paradigma culturale della decrescita la sobrietà è uno dei valori fondanti, che non a caso il paradigma culturale della crescita ha ridicolizzato, derubricandola a taccagneria. Ma la sua valenza positiva rischia di rimanere appannata se viene confusa con l’ascetismo o con un atteggiamento di rinuncia motivata da più nobili e alti motivi: per non esaurire le risorse, per ridurre l’inquinamento, per non sottrarre il necessario ai poveri, per valorizzare la dimensione spirituale dell’uomo, per sostituire le merci ad uso individuale con merci ad uso collettivo. La sobrietà non è rinuncia, ma una scelta di vita che fa stare meglio non solo chi la pratica, ma la specie umana nel suo insieme. Chi confonde il benessere col tantoavere accumula soltanto frustrazioni e insoddisfazioni. Non vive bene. Nella società che ha raggiunto i massimi livelli del consumismo materialista, gli Stati Uniti, metà della popolazione fa uso sistematicamente di psicofarmaci. A chi invece si limita a utilizzare con sobrietà quanto serve per vivere senza restrizioni né sprechi, rimane il tempo per dedicarsi alle sue esigenze spirituali. Chi non si limita ad essere un transito di cibo, per ripetere le parole di Leonardo da Vinci, può raggiungere più elevati livelli di realizzazione umana, rispondere a bisogni esistenziali più profondi, vivere più intensamente e ripetere con Baudelaire: Ho più ricordi che se avessi vissuto mille anni.