Articolo di Sergio Segio* per Comune-Info.net

Prima ne hanno determinato le premesse, imponendo l’ideologia turboliberista; poi hanno realizzato le condizioni per il degrado accelerato del mondo intero, attraverso la dottrina della shock economy e della crescita infinita; infine hanno negato o minimizzato la catastrofe ambientale e sociale globalmente in atto. Intanto, l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui a livello mondiale si sono esaurite tutte le risorse terrestri disponibili per l’anno e si inizia così a sovrasfruttare il pianeta, nel 2018 è caduto il 1° agosto, ben cinque mesi prima di quanto sarebbe sostenibile. E anche qui con vistose e ingiuste diseguaglianze: se tutta l’umanità consumasse quanto gli Stati Uniti cadrebbe addirittura il 25 marzo.

Vistosa e ingiusta anche la ripartizione di un consumo sempre più problematico e strategico, quello dell’acqua, intrecciato alla questione climatica e anch’esso alla base dei fenomeni migratori, nonché concausa di conflitti e guerre. La quantità di acqua dolce consumata è in crescita in Occidente (Usa: 1.280 metri cubi pro capite l’anno; Europa: 700 l’anno) ma anche in Cina (657 miliardi di metri cubi, di cui un terzo per la produzione industriale) e in calo obbligato nei Paesi poveri (in Africa la media è 185 metri cubi a testa l’anno; nel Sahel anche meno di 10 litri al giorno). Nel mondo, il 70 per cento dell’acqua va per usi agricoli e per l’allevamento (il consumo di carne è uno dei massimi responsabili), il 22 per cento per la produzione, solo l’8 per cento è a uso domestico. Accaparramento e privatizzazione vogliono dire profitti per le multinazionali e penuria per le popolazioni. Scarsità vuol dire instabilità, la quale a sua volta si traduce in conflitti bellici, attuali e potenziali (Emanuele Bompan, Marirosa Iannelli, Water grabbing – Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo, Emi, 2018).

A causa della rapacità delle corporation e di una governance globale complice e piegata ai loro interessi, della finanziarizzazione dell’economia e di ogni segmento dell’intera vita sociale, di un sistema complessivamente distruttivo e autodistruttivo, un pianeta non basta più e ci si vive sempre peggio.

Una piccola parte dell’umanità ha saccheggiato, devastato e rovesciato il mondo di tutti e ora ne immagina e ne prepara uno di scorta solo per sé. Ma il 99 per cento degli abitanti della terra non può fare lo stesso. Deve trovare alternative, qui e adesso.

I diritti globali non sono solo una chiave di lettura dei processi di globalizzazione in corso negli ultimi decenni. Sono anche un paradigma necessario per trovare una risposta politica ai problemi del nostro tempo, laddove i diritti vengono messi violentemente in contrapposizione gli uni con gli altri, in una guerra costante e crescente tra poveri, tra ultimi e penultimi, tra autoctoni e stranieri, tra produttori e consumatori, tra lavoratori stabili e precari, tra attivi e pensionati, tra giovani e anziani, tra uomini e donne, tra occidentali e orientali, tra cristiani e musulmani, eccetera.

Dall’obiettiva interdipendenza tra i diritti può e deve invece discendere la capacità di globalizzarli e organizzarli su scala planetaria, l’unica davvero adeguata ad affrontarli e garantirli. Sembrano però ormai incolmabili e sclerotizzati i ritardi e gli errori – anzitutto culturali – della politica che è indirizzata esattamente in direzione opposta: tra sovranismi e nazional-populismi, da un lato, e subordinazione alle tecnocrazie e ai poteri finanziari e multinazionali, dall’altro.

Vanno dunque chiamati in causa altri soggetti e altri progetti: i movimenti mondiali, purtroppo e per quanto in fase carsica e silente; il sindacato internazionale, pur se condizionato da obiettive difficoltà e ancora incapace di un adeguato salto di prospettiva. Ma, assieme e prima ancora, occorre saper guardare alle trame informali e molecolari di esperienze concrete diffuse sui territori, di autoorganizzazione, di protagonismo sociale e associativo; occorre riconoscere, fare comunicare e valorizzare la miriade di individui e gruppi che pensano, immaginano, desiderano, praticano e – perciò – costruiscono «mondi nuovi che già esistono», per dirla con gli amici e collaboratori di Comune.

C’è da realizzare un altrove che è qui, a portata di mano, dietro il prossimo angolo, ma che è pure dietro le spalle, forte di passioni secolari, di tentativi abortiti, di errori evitabili, di parole sottratte da reclamare e restaurare, di sguardi capaci di nuova profondità e precisione, di pratiche di liberazione e di condivisione.

È un «possibile che resta sulla punta della lingua, lo mette all’inizio di una frase, mentre siamo al limitare della svolta oltre la quale c’è una rivoluzione.

Come ti chiami? L’altro mondo: il nominarsi è già l’altrove, questo mio mondo è già un altro. Mi chiamo divenire: il mio Io è sempre un Altro» (Roberto Ciccarelli, Capitale disumano, manifestolibri, 2018). Raddrizzare il mondo è giusto e possibile, potremmo dire parafrasando un’antica ma sempre attuale parola d’ordine. Che sia giusto dovrebbe apparire evidente a chi non sia del tutto accecato dalla religione del tempo, quella neoliberista, quella fraudolenta del “There is no alternative”. Diventerà però possibile solo se si sapranno mettere in rapporto e in comune le esperienze e le buone pratiche di stili di vita e di relazioni sociali diverse; se si riusciranno a comporre in una rete di pluralità e sinergie le mille e mille Riace, le tante Chez Jesus e Baobab experience e le analoghe realtà di tutti i Paesi, in una nuova cultura e prospettiva solidarista e internazionalista; se si lavorerà per ricostruire unità tra i poveri e gli sfruttati, per ricomporre il mondo del lavoro al suo interno e a livello globale, dando dignità, voce e diritti anche ai suoi frammenti più deboli, precari e isolati; se si aiuteranno a crescere i movimenti dal basso, sapendoli ascoltare anziché volendoli ingabbiare.

In una parola: se si opererà per globalizzare i diritti, sapendo sviluppare un pensiero a ciò adeguato e pratiche conseguenti.

 

*Curatore del Rapporto sui diritti globali

Qui la registrazione completa della presentazione del Rapporto sui diritti globali 2018

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