di Gianfranco Di Caro MDF Verona

Le scelte di politica economica italiana? Non conosco paese che può fare equità senza crescita. Priorità è un sistema competitivo che cresca, non ci sono scorciatoie. Solo dopo possiamo distribuire questa ricchezza. La storia non finisce, i sistemi a democrazia limitata sono ancora più reattivi e competitivi. La crisi dell’Europa di oggi avrebbe bisogno di una governance all’altezza dei tempi che sia in grado di prendere le decisioni rapide, su commercio, migranti, sicurezza etc. Quando in Italia si deve discutere all’infinito su un gasdotto che viene dall’Azerbaigian a causa di 240 ulivi in Puglia che impediscono il passaggio di un tubo di un metro e mezzo di diametro, ci si rende conto che la governance è un tema gigantesco. Serve un sistema anche istituzionale che ci consenta di prendere decisioni forti.

Le parole sono di Carlo Calenda, all’epoca Ministro dello sviluppo economico, alla Summer School di Confartigianato, 5-6 Settembre 2016.

Parto da queste affermazioni perché racchiudono a mio avviso alcuni degli aspetti fondanti dell’economia basata sulla crescita infinita. Inoltre a prova che non si tratta di “opinioni” personali del ministro,  ma di un visione economica condivisa, invito a leggere il report sull’Europa del 28 Maggio 2013 di J.P. Morgan, arcinota banca di “affari” dal titolo:” The Euro area adjustment: about halfway there” reperibile facilmente su internet che esprime concetti simili, criticando assetti costituzionali di paesi europei.

In un passaggio ad esempio dichiara :

I sistemi politici e costituzionali del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche…

Primo assunto: se non abbiamo la crescita non abbiamo equità e ridistribuzione della ricchezza. Implicitamente si riconosce che l’equità e la redistribuzione non sono funzionali al processo ma al massimo conseguenti come effetto “secondario”.

Secondo assunto: i meccanismi di crescita necessitano, per essere efficienti, di “governance” (governi d’impresa) a “democrazia limitata” ovvero sono  più “reattivi e competitivi” in presenza di spazi compressi di democrazia partecipativa.

Dunque l’economia “efficiente” della crescita è fondamentalmente “esclusiva” in quanto la platea di chi partecipa alle decisioni e ai risultati è di fatto limitata ad una cerchia ristretta di soggetti; è anche  “escludente” in quanto estromette di fatto dal processo decisionale economico e dalla partecipazione alla ricaduta della “ricchezza materiale” la maggior parte dei soggetti.

Dunque assoggetta sempre ad una autorità superiore di impresa o statale/governativa la presa dei “benefici”.

L’Economia e la Decrescita Felice

Economia: (dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge” – si intende sia l’organizzazione dell’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) quando attuata al fine di soddisfare al meglio bisogni individuali o collettivi, sia un sistema di interazioni che garantisce un tale tipo di organizzazione, sistema detto anche sistema economico (definizione tratta da Wikipedia).

Nella stessa etimologia della parola è implicito il principio di gestione di risorse limitate o finite riferite ad uno spazio fisico (casa) e sociale (famiglia) delimitato e del sistema organizzato a tal fine.

Nella decrescita il processo economico diventa “inclusivo”, perché prevede una partecipazione di tutti gli attori del sistema, essendo questo un insieme unico non “scollegato”  indirizzato al raggiungimento del “bene comune”. Questa aspirazione è intesa nel senso più ampio,  essendo il sistema (o l’insieme dei sistemi) ricompreso in quella “casa comune” ché è il nostro pianeta.

Il termine forse più corretto per esprimere questa visione è quello di “bioeconomia” , in estrema sintesi, un economia ecologicamente e socialmente sostenibile.

La profonda riduzione degli sprechi e consumi energetici con tecnologie di efficientazione , l’autoproduzione familiare, la produzione agricola di prossimità biologica e sostenibile, pratiche di riciclo e riutilizzo, prevalenza della produzione di beni d’uso, la custodia della casa comune, ma soprattutto  la ricerca di una rinnovata spiritualità, producono tanti più vantaggi alla comunità, tanto più larga è la platea che collabora al processo singolarmente o tramite realtà associative.

Il bene del singolo diventa “funzionale” a quello comune in un andamento “circolare” della presa di benefici. Maggiore è la sostenibilità ecologica e sociale delle azioni “singole”, più si accresce  il benessere collettivo e di conseguenza il proprio.

La partecipazione avviene tramite stili di vita personali e sociali consapevoli, indirizzati alla ricerca del bene comune e dalla partecipazione attiva ai processi democratici decisionali.Il sistema inoltre cresce in efficienza, tanto più sono quelli che giovandone, prendono coscienza che il bene del prossimo e dell’ambiente rappresenta anche il proprio.

Benefici  che possiamo riassumere, per gli esseri viventi,  in una assoluta dignità e serenità,  espressi con:  il diritto alla vita, alla libertà, all’integrità fisica e psicologica.

Un visione di circolo virtuoso collaborativo che manca totalmente nella concezione della crescita  infinita, basata su un dogma di egoistica competitività, assolutamente antagonista del “prossimo” prospettato spesso solo come “concorrente avversario”.  La concorrenza deve essere “sbaragliata”  in una sorta di girone infernale perpetuo. Insomma una riedizione in chiave socio-economica del “mors tua vita mea”, un “tutti contro tutti” con conseguenze estremamente negative per la quasi totalità  dei partecipanti in termini di dignità di vita e di salvaguardia della casa comune.

Un economia (o bioeconomia) di decrescita  rivolta al raggiungimento del bene comune è dunque  intrinsecamente “inclusiva” .                                                                                                                                          Un aspetto collaterale diventa invece il denaro,  strumento secondario nel processo socio-economico.

Probabilmente persone più erudite di me potrebbero considerare questi ragionamenti superficiali, semplicistici e/o utopistici. Ma nella mia esperienza personale la crescita e la competizione l’ho subita sempre e comunque (probabilmente dentro il sistema predominante sono mediamente un “perdente”).

La collaborazione e la condivisione invece non sono mai stati fardello ma bagaglio a cui attingere conoscenza e possibilità di migliorarmi, non come competitore ma come collega. 

Dunque il “dilemma” sembrerebbe tra un benessere materiale per pochi a cui “forse” potremo partecipare  e  una vita dignitosa e serena in un ambiente armonioso per tutti. Sembrerebbe una scelta facile e di buonsenso.

Ma anni di “colonizzazione ” mentale sui valori “assoluti” della crescita e competitività ci hanno immersi in una condizione che io definisco “tossicodipendenza collettiva indotta”.

Puoi raccontare per giorni ad un eroinomane che la droga lo sta uccidendo. Farà un cenno di assenso e poi correrà a bucarsi. Noi “consumatori compulsivi” invece corriamo al centro commerciale.

Riuscire a trasmettere le motivazioni e mostrare gli esempi che facciano uscire da questo stato di “impermeabilizzazione” sociale diventa perentorio, per trovare dei percorsi comuni di decrescita e transizione.

 

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