di Gianfranco Di Caro, (un DiversamenteOccupato), Mdf Verona

SOVESCIO – Pratica agraria che consiste nel concimare un terreno sotterrandovi piante o parti di esse allo stato fresco; a tal fine si impiegano materiali vegetali cresciuti o appositamente seminati sul posto, mentre si dice concimazione verde quella effettuata con piante verdi coltivate e raccolte in altro luogo. La sua azione predominante è dovuta alla sostanza organica, con tutti gli effetti che questa, a somiglianza di quella del letame, svolge sulle caratteristiche fisiche del suolo. Tra le molte piante che si prestano per il s. sono da preferire le Fabacee (lupino, favetta, trifogli, veccia, pisello da foraggio, soia, fieno greco, colza, segale ecc.), che utilizzando l’azotoatmosferico arricchiscono il terreno di questo elemento (Dall’Enciclopedia Treccani).

Lo spiritualità inaridita. 

Nella moderna società “civilizzata” , fin da quando siamo bambini, la nostra spiritualità viene scientemente incrostata dal materialismo, che progressivamente ne riduce la sensibilità, e spesso viene indirizzata verso una religiosità dogmatica, quale unica espressione della stessa .
Poco o nulla viene fatto perché questa capacità di accettare l’immateriale venga stimolata e resa fertile o quantomeno preservata . Quasi tutte le espressioni come i sentimenti , l’arte in genere , l’oziosa contemplazione, non sono apprezzate e intese quale concime necessario a rendere le nostre vite più “feconde” e rigogliose .
Al contrario veniamo spinti, nell’ottica propria delle coltivazioni intensive, a nutrire o meglio drogare esclusivamente ciò che vediamo fuori dalla terra, ovvero solo ciò che appare e si può toccare deve essere di conforto; ci si dimentica invece di alimentare quel substrato di “bio” che fortifichi le radici e l’essenza delle nostre vite.
Ogni capacità spirituale di vibrare all’unisono con ciò che ci circonda viene svilito, anestetizzato con un progressivo irrigidimento fino alla completa e cinica sclerotizzazione, ed infine alla morte (sterile anche quella).
Certo la vita stessa ci sottopone a prove difficili, come il dolore fisico o la perdita di affetti amorosi , familiari e quant’altro. Ma se abbiamo come sostegno solo una visione economico- materialistica, senza spiritualità,perdiamo gran parte di quella capacità di adattarci e non soccombere davanti a questi eventi.
Qualcuno la chiama “resilienza”.
Per mantenere attiva , vigorosa ed “elastica” la spiritualità, come qualsiasi parte del nostro corpo, cervello compreso, dobbiamo mantenerla in esercizio e darle il corretto “nutrimento”.
Insomma dovremmo fare una sorta di “sovescio” dello spirito. Certo oggi, dove il “dio” crescita economica regna sovrano, il concetto di “apparire per essere” e la velocità sono pratiche umane usuali, può sembrare impresa impossibile. Invece è nella quotidianità che possiamo ritrovare tutta una serie di piccole “palestre” per tentare di scrollare quelle incrostazioni che rendono la nostra anima rigida, e tornare a “vibrare”. Il più delle volte proprio i nostri sensi fisici se usati come percettori, ci permettono di amplificare il contatto con tutta l’energia che ci circonda. Anche un deserto se bagnato dalla pioggia può tornare a fiorire.

La “lentezza”.
Un piccolo “trucco” che tutti possiamo adottare è ricominciare ad usare i nostri piedi. Si, secondo me, camminare permette, col concorso degli altri sensi, una rinnovata capacità di percepire ciò che ci circonda . Poi “ci dicono” che non fa troppo male, soprattutto al pianeta. Non è il camminare in se stesso, ma la velocità armonica con la fisica “umana” che lo rende ideale per gli spostamenti. Anche perché nel contempo che mi muovo e i mie “sensori” hanno il tempo di percepire, posso anche pensare. Vado spesso in bicicletta, ma già la necessità di grande attenzione, specie in città, e l’implicito dispendio di energia nella ricerca dello stato di equilibrio, distolgono molte risorse ad attività più “spirituali”. Ora non è che uno “di botto” debba diventare pellegrino e farsi la via Francigena (da tenere comunque presente) per ritrovare lo spirito perduto. Una delle principali attività umane attuali è quella di spostarsi da un punto A ad un punto B, ovviamente il più velocemente e ansiosamente possibile.
Se però “immaginiamo”questo percorso come una retta composta da una infinita serie di punti, già facciamo un piccolo esercizio spirituale/filosofico. “In geometria il punto è la cosa più piccola che possa esistere. Il punto non ha dimensioni; il punto non è largo; il punto non è lungo; il punto non è alto”.
Può essere interessante da osservare!
Perché nel camminare e nella sua umana “velocità”, il punto si estende dove i nostri sensi arrivano. Certo se il camminare è ansioso, il pensiero turbinoso, la capacità sensitiva si riduce. L’equilibrio arriva con un poco di pratica e anche di abitudini, come quella di fermarsi ogni tanto, sia con il passo che con il pensiero, e guardarsi intorno.
Percorro con mia moglie quasi tutti i giorni il medesimo tratto di strada di circa un chilometro in città vicino al fiume Adige, dove lo stesso fa una curva. Ci fermiamo ad esempio per guardare gli uccelli che frequentano il fiume. Non siamo degli esperti, ma abbiamo imparato a riconoscere diverse specie, tra cui un paio di coppie di cormorani, che d’inverno frequentano quel breve tratto di fiume che va da Ponte Pietra a Ponte Garibaldi.
Saranno poi sempre gli stessi?
La nostra sensazione è che lo siano, e il contemplarli nel volare e pescare è una gioia per l’anima. Nella partenza e nell’ammaraggio sembra che il Progettista abbia sbagliato qualche calcolo strutturale, magari distratto dalla Creazione. Sembrano goffi e pesanti e si ha sempre l’impressione che si debbano “ribaltare” o rinuncino al decollo.
Poi però li osserviamo sparire agilmente sott’acqua e scommettiamo su dove riemergeranno (non ci abbiamo mai azzeccato).

Riprendiamo il cammino.
Vado a pensare talvolta da dove vengono e dove andranno; se hanno un posto dove esclamano, ovviamente nel loro corrispettivo linguaggio ornitologico, “eccomi tornato a casa!”. Magari non sono gli stessi individui ma “amici” a cui hanno suggerito un buon posto dove rifornirsi di cibo.
Sì ma come?
Forse per qualcuno questa interpretazione antropomorfa dei rapporti ornitologici è una forzatura, o magari una semplice idiozia. In quegli appuntamenti mattutini capisco quanto poco conosciamo dei nostri compagni di viaggio su questa terra e di come potrebbero essere (e sono!) meravigliosamente complesse le loro esistenze, anche se espresse su un’altra dimensione a noi non percettibile. Non è per questo che non debba esistere.
Come la luce: provate a pensare di descriverla magari a un non vedente! Poi , se non ci riuscite , potete anche affermare che non esiste di fronte alle foglie verdi di una pianta.
Io so solo che la presenza degli altri esseri viventi ci fa compagnia e dona stupore, lasciandoci a bocca aperta di fronte a un essere aereo che va sotto acqua.
Poi con il tempo e l’allenamento i punti interessanti si moltiplicano, anche nei luoghi dove abitiamo ( forse un giorno vi racconterò della formica del lavabo); sono altri uccelli o esseri viventi, piante, alberi, colori, odori, sponde fiorite d’estate, e la miriade di insetti che le dimorano. I punti si fanno numerosi e vorresti avere solo più tempo vederli, osservarli e “pensarli” tutti.

Già, più tempo! Riprendiamocelo!

 

 

One thought on “Piccola guida pratica e non esaustiva di “sovescio”dello spirito”

  1. Ciao, Gianfranco.
    Mi è piaciuto molto il tuo articolo “Sovescio dello spirito”.
    Sono Domenico Dalba, docente di lettere in pensione, da anni giornalista nel e per il Pianeta Azzurro. Spesso mi capita, partendo da Barletta, di andare a Trento a trovare mio fratello che per anni ha insegnato Fisica all’Università della splendida città trentina. Mi piacerebbe la prossima volta fermarmi a Verona e fare una passeggiata con te e tua moglie. Per favorire il sovescio del mio spirito.
    Il mio indirizzo digitale è domenicovittorio.dalba@gmail.com
    Approfitto dell’occasione per inoltrarti l’ultimo mio articolo “Sorridi sempre, Daniele”pubblicato dalla bellisssima rivista on line altgernativa “Comune-info”.
    Grazie.
    Domenico

    Sorridi sempre, Daniele
    Domenico Dalba
    04 Giugno 2020
    “Esigi attenzioni, sorridi sempre, Daniele, mio caro nipotino… Piango, invece, io, tuo nonno, gravato da ottanta lune. Urlo di rabbia per lo squallore del mondo martoriato che ti offro… – scrive Mimmo, nonno resiliente, come ama definirsi, al nipote nato in tempi di pandemia – caro Daniele, occorre un colpo d’ala, individuale e corale… “. È finito il tempo della delega: c’è da rifiutare ogni giorno in tanti modi diversi guerre, discriminazioni, grandi opere inutili e dannose. C’è da mettersi in gioco nella vita quotidiana. “Curerò il mio campicello con amore… Raccoglierò erbe spontanee, comprerò frutta e verdura dai Gas… Offrirò spontaneamente la mia solidarietà a tutti quelli che ne avranno bisogno, senza aspettare l’avvilente richiesta… Semineremo e metteremo a dimora alberi, costruiremo erbari e terrari, dipingeremo, scriveremo articoli, canteremo, salteremo nelle pozzanghere… rimarremo stupiti dal canto degli uccelli, ci meraviglieremo dello stormire delle foglie, apprezzeremo l’elegante danza dell’avena sativa. Accarezzeremo fiori e coccinelle. Scopriremo la vita…”
    Foto di Ambra Pastore
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    Sorridi sempre, Daniele, mio caro nipotino, poesia della vita, come tutti i cuccioli, gli avannotti e le foglioline. Dopo la poppata, ma anche mentre soavemente dormi. Esigi attenzioni, ci tieni alla tua dignità, e la tua tenera mamma si prende generosamente cura di te. Instancabilmente, ti accarezza, ti bacia, ti abbraccia. Si entusiasma nel contemplarti.
    Piango, invece, io, tuo nonno, gravato da ottanta lune. Urlo di rabbia per lo squallore del mondo martoriato che ti offro. Sono inferocito. Con me stesso, soprattutto! Il Pianeta azzurro, la casa di tutti, sta crollando, vistose lesioni la dilaniano in ogni direzione. Incendi, avvelenamenti e cave estrattive la sfregiano orrendamente. Le sofferenze trovano un flebile ascolto. Mi sento colpevole, credimi!, mi vergogno, non ho il coraggio di guardarmi allo specchio per quello che avrei dovuto fare. Sono stato un vigliacco, rimanendo inerte, indifferente.
    Mia figlia, la tua mamma, era incinta, quando l’abbracciai l’ultima volta a metà febbraio. Mancavano ancora un paio di settimane al parto. Tu palpitavi nel bozzolo, scapriolavi, scorrazzavi. Ora, hai compiuto tre mesi. Nel frattempo ho provato l’atroce esperienza del carcere, della segregazione, della cattività, in casa mia!, per il sopraggiungere della pandemia.
    Fino a qualche giorno era ancora vietato spostarsi da una regione all’altra dell’Italia: quindi, non ho ancora avuto la possibilità di vederti, di accarezzarti, di cullarti cantandoti una ninna nanna, di raccontarti quello che sta succedendo. Nessuno aveva mai immaginato di rimanere relegato in casa per mesi, di non poter incontrare amici, raggiungere il posto di lavoro, andare a scuola. Tutti con guanti e mascherine, in preda alla paura, all’angoscia, al panico.
    Gravi e impellenti decisioni bussano adesso alla coscienza di tutte le persone, responsabili, per la sconvolgente esperienza, per la tragedia che non è ancora finita. A dare fiducia, a spronare è lo spirito della resilienza che spinge ad alzarsi, a rimboccarsi le maniche con combattività, lucida immaginazione e generosità.
    Gli arraffoni sono già all’opera. Si urlano a squarciagola proposte, rimedi, accuse, invettive. Grande, però, è la riluttanza al coinvolgimento personale, al contatto profondo con sé e gli altri. Basta piangersi addosso! trovare colpevoli! Giustificazioni! Sperare che le cose cambino per opera di entità misteriose o magiche. Strategie inefficaci e perdenti, un pugno di mosche nelle mani. Ebbene, caro Daniele, occorre un colpo d’ala, individuale e corale. Energico, vibrante. Pervicace.
    Impegni solenni mi attendono. Mi impegnerò in prima persona a contrastare la catastrofe profilantesi all’orizzonte, della quale abbiamo conosciuto solo un piccolo sintomo. Un velenoso antipasto, foriero di bocconi di gran lunga più tossici. Voglio offrirti un mondo, semplice, vibrante di vita. Ne hai diritto! Tu e l’intera umanità. Lo si percepisce. Tanti, gente lungimirante e prodiga, animati dallo stesso anelito parteciperanno attivamente nell’ideazione, progettazione e realizzazione di un futuro diverso, più giusto, equo, solidale, umano, rispettoso di tutte le forme di vita esistenti.
    Ogni giorno mi batterò perché dappertutto regni la pace. Non si può vivere con l’incubo dell’olocausto nucleare. La guerra è una tragica, allucinante esperienza. Si uccidono donne e uomini, bambini e anziani, si devastano territori, si sconvolge la vita di milioni di persone, animali e piante. Gli arsenali, stracolmi di armi e munizioni, convenzionali ed atomiche, vanno chiusi e svuotati!
    Costantemente sarò in prima linea nel combattere ogni forma di criminalità, corruzione, elusione ed evasione fiscale. Ostacolerò sprechi, la costruzione di opere inutili e l’ulteriore cementificazione del suolo. Lo Stato deve essere indotto a gestire nell’interesse della collettività. Le sanzioni siano severe, nessuna sacca di impunità deve essere garantita. Le complicità devono essere smascherate e smantellate.
    Quotidianamente mi impegnerò perché a tutti gli esseri umani venga garantita uguale dignità. Sociale, economica, culturale, spirituale. Umana. Per questo vanno salvaguardati e valorizzati, i beni comuni. Biblioteche in rete, musei, teatri sempre aperti. Scuole immerse nella natura. Campi da gioco per le giovani generazioni.
    Per quanto è in mio potere, osteggerò discriminazioni di ogni sorta che colpiscano per il genere, l’etnia, la cultura, la religione, l’età, le condizioni psicofisiche e sociali. Vengono elaborate e propagandate per dividere, sfruttare, sottomettere.
    Non mangerò carni, salumi, pesci e latticini per motivi salutistici, morali e ambientali. Sono fermamente convinto che il consumo di questi alimenti nuoce gravemente alla salute psicofisica e al sistema sanitario, procura torture, fa soffrire miliardi di esseri viventi e devasta il Pianeta. Oltre il 50% dell’inquinamento, infatti, è addebitabile all’allevamento degli animali, per i quali si coltivano mais e soia. Ecco perché si disbosca e si brucia la Foresta Amazzonica.
    Curerò il mio campicello con amore, consentendo a tutta la microfauna esistente di svilupparsi. Per contenere le aggressioni patogene, vaporizzerò macerati di ortica, aglio ed equiseto, userò trappole inzuppate di feromoni. Concimerò con ammendanti ricavati dal compost. Raccoglierò erbe spontanee, comprerò frutta e verdura dai GAS, Gruppi di Acquisto Solidali, in attesa che anche il Italia, come nel Sikkim, tutta l’agricoltura venga prodotta senza l’ausilio di pesticidi, glifosato e concimi chimici.
    Offrirò spontaneamente la mia solidarietà a tutti quelli che ne avranno bisogno, senza aspettare l’avvilente richiesta. Non rimarrò indifferente, né volgerò la testa dall’altra parte. Mi prenderò cura assieme ad altri, soprattutto dei più deboli, disabili, anziani, ammalati, poveri e migranti.
    Mi terrò informato su quello che succede nel mio territorio, nell’intero Paese ed in tutto il mondo, cercando di guardare la realtà con spirito critico e con animo empatico. Lotta senza quartiere alla disinformazione, servile verso il potere. Accartoccerò ogni forma di delega, per essere protagonista, comprimario con tutti. La vita sarà certamente più impegnativa, ma avrà senso.

    Non ti regalerò giocattoli dei negozi, ti insegnerò a costruirli, li realizzeremo insieme con il tuo ingegno, con la laboriosità delle tue mani. Uno è già pronto per te. Lo ha costruito Antonio, un mio amico di Trani capace di produrre cattedrali, edifici storici, castelli, recuperando legname di scarto che normalmente finisce in discarica. È una vezzosa casetta dai tetti spioventi, capace di raccogliere e custodire da subito i tuoi risparmi.
    Poi, semineremo e metteremo a dimora alberi, costruiremo erbari e terrari, dipingeremo, scriveremo articoli, canteremo, salteremo nelle pozzanghere e correremo a perdifiato.
    Solo per estrema necessità mi avvarrò dell’automobile. Per gli spostamenti farò ricorso ai mezzi pubblici, alla bicicletta, che potrà percorrere una rete infinita di piste ciclabili. Le gambe dovranno macinare chilometri di strade e sentieri.
    Assieme, potremo fare lunghe passeggiate lungo i fiumi, per itinerari vallivi e crinali dei monti, sulla battigia, nella frescura dei boschi, nei campi. Come poeti della vita, ammireremo, così, la fantasmagoria dei colori, godremo la fragranza delle essenze profumate, rimarremo stupiti dal canto degli uccelli, ci meraviglieremo dello stormire delle foglie, apprezzeremo l’elegante danza dell’avena sativa. Accarezzeremo fiori e coccinelle. Scopriremo la vita.
    Immagino che sorridi. Grazie per la fiducia che riponi nei miei, nei nostri progetti. Ti voglio bene. Nonno Mimmo.

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