Foto di Prawny da Pixabay

C’era una volta un uomo che faceva un lavoro unico al mondo: vendeva felicità. Sì, proprio felicità. In polvere da sciogliere nel caffellatte a colazione, liquida e aromatizzata in comode boccette da tenere nella borsetta, spalmabile in lattina densa e al vago sentore di fragola, perfino denso-liquida in un ammorbidente da aggiungere ad ogni lavaggio in lavatrice per garantire lunghe ore di felicità profumata a tutta la famiglia. Costui, l’avrete capito, era un abile mago. Viveva da solo in un incantevole cottage in cima a una collina verdeggiante che a sua volta si trovava in cima a una scogliera, dove il silenzio era rotto solo dal rumore delle onde e dalle urla stridule dei gabbiani. Era soddisfatto del proprio mestiere, lo considerava il più bello del mondo ed era anche discretamente ricco: davanti alla sua porta c’era sempre una lunga fila di persone venute da ogni dove per comprare uno dei suoi prodotti e in alcuni particolari periodi dell’anno (come prima di Natale, quando tutti vogliono essere felici e ad agosto, con l’approssimarsi delle ferie estive) la fila arrivava alla base della collina verdeggiante. Ad ogni cliente l’uomo dedicava attenzioni amorevoli: aperta la porta con un largo sorriso stampato in volto, lo ( o la, perché per la maggior parte si trattava di donne) faceva accomodare, gli o le offriva una tazza di tè, ascoltava le sue lamentele sul perché e per come la sua vita fosse un completo disastro e infine prendeva dallo scaffale la tanto agognata boccettina o polverina o lattina, intascando il compenso pattuito. A fine giornata aveva le tasche piene di monete e si infilava a letto proprio contento, avvolgendosi in un soffice piumone fiorato.
Però, eh sì PERÒ, un giorno accade l’improbabile: mentre l’uomo stava in bilico sull’ultimo gradino della scala, intento a prendere il barattolo contenente le ali di pipistrello in salamoia, l’ingrediente mancante alla sua pozione più preziosa e cara, denominata “della felicità che arriva senza avvisare”, ebbene mentre era lì sospeso in aria perse l’equilibrio e cadde malamente a terra con un tonfo. Si sentì svenire e al risveglio stava sdraiato sul pavimento con un mal di testa infernale, ma ancora tutto intero. Così dopo qualche minuto decise di rimettersi a lavoro. Cosa semplice a dirsi, difficile a farsi. Appena si ritrovò al bancone si accorse di non riuscire a ricordare la formula magica per fabbricare la felicità, formula della quale era il solo depositario al mondo, badiamo bene. Aveva lì a disposizione una quantità di intrugli: dal distillato di lucertola albina, all’estratto di Paulonia silvestris, dalla pelle incartapecorita di una balena nana ai peli del muso della rarissima tigre zannuta del Ceylon, eppure non sapeva proprio da dove iniziare, quali ingredienti scegliere e in quale quantità, come miscelarli…insomma in meno di dieci minuti come mago valeva meno di zero.
Sconvolto pensò che una bella dormita avrebbe sistemato ogni cosa, restituendogli la memoria e se ne andò a letto. Il mattino successivo si alzò speranzoso e provò a rimettersi all’opera. Niente da fare: ricordava ogni dettaglio della sua vita dai tre anni di età, si sentiva in gran forma, però della formula neanche un microscopico ricordo.
La faccenda si fece seria quando i primi clienti iniziarono a bussare alla porta. L’uomo uscì una mano per appendere il cartello “Chiuso” e si barricò in casa. Ben presto una cospicua folla si era radunata attorno alla casa, sbirciando dalle finestre, chiamandolo a gran voce, suonando furiosamente il campanello e un ragazzo provò perfino a calarsi giù dal camino per provare a raggiungerlo. Così andò avanti per giorni interi. Alla fine l’uomo disperato, afferrò un maxi barattolo di comuni mentine comprate in offerta speciale, strappò via l’etichetta e ne applicò un’altra recante la scritta:

“Pillole di felicità – l’innovazione al sapore di menta!

A rilascio graduale”

Aprì la porta e le distribuì ai presenti, badando a sottolineare che l’effetto non sarebbe stato immediato, bensì graduale nel corso delle ore successive all’assunzione. Poi li liquidò uno per uno sentendo una fitta di rimorso al cuore per aver ingannato tanta gente in maniera così squallida.
Si sentiva profondamente demoralizzato, non se la sentiva di continuare a vivere in quel modo. La mattina dopo all’alba, senza aspettare che i primi clienti insoddisfatti cominciassero a risalire la collina, fece la valigia, mise in tasca i suoi risparmi, inforcò la bicicletta e scomparve.
Per un anno intero non tornò al cottage, fu dappertutto e in nessun luogo, in sella alla sua bici visitò paesi sconosciuti, alcuni belli, alcuni brutti, facendo ogni genere di esperienza. La solitudine non gli pesava e ogni alba dava il benvenuto a nuove avventure.
Spesso sedeva seduto in silenzio senza pensare a niente per delle ore su uno scoglio, ascoltando la voce del vento e quando riapriva gli occhi sullo scintillio delle onde al tramonto era certo di sentirsi felice. Si crucciava solo delle tante persone che di certo ancora lo aspettavano, sentiva di non poterle abbandonare alla completa infelicità.
Purtroppo la formula era persa per sempre e forse neanche gli interessava più. Un giorno pensò che la felicità oltre a stare in un barattolo era, anzi viveva in tante altre cose non materiali, come lui stesso aveva scoperto durante i suoi vagabondaggi.
Senza pensarci due volte tornò a casa e si mise allo scrittoio con una pila di fogli bianchi sottomano. Cominciò a scrivere. Scrisse dei mille modi di trovare la felicità che sono sotto gli occhi di chiunque, magia a parte: passeggiare senza meta su un prato coperto di rugiada, augurare “buonanotte” alla luna, affondare le mani nella folta pelliccia di un gattone, saltare alla corda fino a cento, cogliere una mela appena acerba, e masticarla strizzando un po’ gli occhi, toccare l’acqua del mare col solo ditone del piede, dire “Brrr” e tuffarsi subito urlando, abbracciare una sconosciuta gentile, trascorrere una notte a fissare il cielo stellato sperando di vedere almeno una stella cadente, non vederla affatto e pensare che è stata comunque la notte più intensa della tua vita, accarezzare la mano paffuta di un bambino e quella ossuta di un vecchio, sapere che lì oltre la nebbia c’è una montagna che non hai ancora scalato e aspetta te, anche se sei avanti con gli anni e acciaccato, arriverai in cima, boccheggiando, ma arriverai.
Scrisse questo e molto altro. Ne fece un libro intitolato: “Felicità in pillole”. Lo mise in commercio a un prezzo economico e la fila davanti alla sua porta per comprarlo tornò a infoltirsi. Nessuna delle persone che lesse il libro rimase delusa, tutti trovarono a modo proprio una felicità intensa e duratura.

 

(*)Laura Sciacca, nata a Como negli anni ’80, vive da sempre in Sicilia.

È sposata, mamma di due bambini e insegna lettere alle scuole medie.

Ha pubblicato “L’ingrediente segreto” e “Racconti per la famiglia” con Edizioni Creativa, Viareggio.

Le piace scrivere storie fantastiche per grandi e piccoli, sorridere e cucinare i prodotti del proprio orto.

4 thoughts on “Pillole di Felicità: una fiaba di Laura Sciacca(*)”

    1. Esatto! Basta poco per rendersene conto e dobbiamo fare il possibile per crearci l’abitudine a vederle queste piccole cose belle. Un caro abbraccio, Laura

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