Un Contributo di Nello DE PADOVA e Kristel KLEIN, membri del Gruppo Tematico Economia e Decrescita(*)

 

Quando abbiamo letto la proposta di regolamento UE per il clima non ci era sembrato possibile che fosse così miope da continuare a ritenere che il problema da affrontare per provare a porre un freno al cambiamento climatico fosse quello di ridurre le emissioni generate IN Europa e non, per lo meno, quello di azzerare le emissioni generate DAGLI Europei.

 

Ed è per questo che, a pochi giorni dalla chiusura della finestra in cui i cittadini potevano inviare dei feedback, abbiamo proposto di integrare l’art.1 del regolamento con il seguente capoverso al fine di spostare il focus del regolamento da questioni di “produzione” a questioni di “consumo”:

Ai fini del presente regolamento per emissioni di gas a effetto serra si intendono tutte quelle derivate dall’attività antropica dei cittadini dell’Unione, e quindi non soltanto le emissioni prodotte sul territorio comunitario, ma anche quelle (ovunque realizzate) derivanti dalla produzione, trasformazione, trasporto, commercializzazione e quant’altro necessario per l’utilizzo/consumo di qualsiasi prodotto da parte dei cittadini europei.

 

Al momento della nostra proposta (2 giorni prima della scadenza del termine per inviare feedback), sulla piattaforma dell’UE erano presenti meno di 30 commenti da parte di cittadini, organizzazioni, lobbies di vario genere e praticamente nessuno aveva ancora sollevato la questione da noi posta.

 

Con estremo piacere abbiamo però poi potuto constatare che alla nostra proposta, grazie anche al tam tam seguito alla pubblicazione dell’articolo in cui veniva presentata, nei pochi giorni rimanenti sono seguiti decine di commenti, alcuni dei quali – come quello di Extinction Rebellion Italia – l’hanno ripresa testualmente mentre altri l’hanno ancor meglio circostanziata.

Così ad esempio il Flanders Marine Institute ha scritto: “È inaccettabile che una normativa futura credibile non faccia riferimento alle importazioni e alla dimensione esterna di una legge sul clima”, a cui fanno eco il COGECA: (associazione che rappresenta 22 milioni di agricoltori, famiglie di agricoltori e cooperative) ed il COPA, che commentano: “L’obiettivo clima UE non deve portare alla rilocalizzazione della produzione e delle emissioni verso paesi terzi. Ciò aumenterebbe le emissioni a livello globale e, pertanto, vanificherebbbe gli sforzi di attenuazione dei cambiamenti climatici. Il ‘carbon leakage’, la perdita di un terreno di gioco paritario per l’agricoltura e la silvicoltura, nonché l’indebolimento di un approvvigionamento alimentare stabile e sicuro in UE sono rischi che devono essere presi in considerazione al momento di definire obiettivi e azioni per il clima. La mitigazione dei cambiamenti climatici è un obiettivo internazionale che richiede una coordinazione a livello mondiale.”

In modo analogo si esprime anche l’unione delle aziende energivore francesi (UNIDEN) che afferma: “L’Unione europea dovrebbe inoltre fissare un secondo obiettivo volto ad azzerare entro il 2050 le emissioni di carbonio a livello europeo, le quali dovrebbero essere calcolate sommando le emissioni interne generate dalla produzione e dal trasporto di beni e servizi importati in Europa”, anche se poi aggiunge (a tutela del proprio settore produttivo): “e sottraendo le emissioni generate dalla produzione e dal trasporto di merci esportate dall’Europa”.

 

Anche in altri casi, le osservazioni sui limiti di una norma che si proponga solo di regolamentare le emissioni del sistema produttivo IN Europa lascia trasparire una preoccupazione più per gli effetti economici di una prevedibile delocalizzazione con conseguente detrimento dell’economia europea che una vera riflessione sulle necessità di rivedere i nostri stili di consumo. È il caso della Deutscher Bauernverband, che evidenzia: “La protezione del clima come obiettivo ambientale globale può avere successo solo a livello internazionale. Gli obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra a livello nazionale (o di UE) non devono portare in nessun modo alla delocalizzazione della produzione e delle emissioni in paesi terzi. Ciò comporterebbe emissioni più elevate e contrasterebbe di conseguenza la protezione del clima, oltre a scatenare significativi effetti economici attraverso la distorsione della concorrenza nei mercati globali.” E c’è addirittura chi, come la Federation of German Industries (BDI) verso la fine del commento, arriva a sostenere che per via della crisi del COVID-19 e della recessione economica da essa causata, sia necessaria una certa flessibilità nel quadro degli obiettivi climatici proposti dalla legge sul clima.

Ciononostante, sembra evidente il cambio di focus (nella direzione da noi indicata) fra i pochi commenti inviati prima che MDF sollevasse la questione dell’importanza di tener conto delle emissioni derivanti dai consumi DEGLI europei e quelli (circa 150) inviati nei 2 giorni (gli ultimi a disposizione) successivi all’iniziativa di MDF. Gli europei hanno dimostrato molta più saggezza della Commissione Europea che, auspichiamo, trarrà le necessarie conclusioni in merito e provvederà a modificare l’approvando regolamento sul clima nella direzione da noi indicata.

Del resto, nella stessa direzione si sono espressi nel recente passato anche altri soggetti attenti ad evitare operazioni di greenwashing come quella che deriverebbe dall’approvazione di un regolamento sul clima come quello attualmente proposto dalla Commissione Europea e sulla necessità di intervenire strutturalmente sugli stili di consumo degli europei. Fra questi ci piace citare un articolo della rivista Energia, che sicuramente non può considerarsi un esponente del pensiero decrescente ma che evidenzia come le nostre idee, finalmente, trovano spazio anche fra chi ancora non è pienamente convinto (probabilmente perché non ha la necessaria conoscenza di tutto ciò che il pensiero decrescente propone) che la decrescita sia l’unica soluzione sistemica ai problemi culturali, sociali, ambientali, istituzionali ed economici che attanagliano ormai tutta l’umanità e che nei prossimi anni non potranno che incancrenirsi ancora di più.

Infine numerosi sono i commenti che vorrebbero addirittura un innalzamento degli obiettivi previsti dalla strategia europea. Certo si tratta quasi sempre di organizzazioni non governative (FERN, Carbon Market Watch, European Environmental Bureau, Heinrich Böll Stiftung European Union, GreenPeace, CAN Europe, ecc…) e non espressione del sistema economico, che però c’è da ritenere che siano del tutto consapevoli che questi obiettivi non possono essere raggiunti senza un passo indietro dei consumi ed una sostanziale ristrutturazione non solo qualitativa ma anche quantitativa del sistema produttivo e del ruolo del lavoro retribuito nella nostra società, come ha ben dimostrato il Modello 2METE realizzato da MDF in collaborazione con l’Università di Pisa.

 

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(*) Gruppo Tematico Economia & Decrescita MDF

Il Gruppo Tematico è nato nel giugno 2015 allo scopo di affrontare il rapporto tra Decrescita ed Economia in modo sistematico, sia a livello microeconomico (proposte economiche in ambiti specifici) che a livello macroeconomico (definizione dei parametri che possono caratterizzare uno scenario economico con un impatto ecologico sostenibile).

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