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«Nè la rivoluzione nè la riforma possono, in ultima istanza,
cambiare una società, senza che ci sia da raccontare una storia nuova e potente,
tanto persuasiva da bloccare i vecchi miti e trasformarsi nella storia preferita…
Se si vuole cambiare una società si deve narrare una storia alternativa».
IVAN ILLICH

Saluto

o il monito del vecchio castagno

“In pianura troverai grandi spazi di cui non riuscirai a vedere il confine.

In montagna ogni ruscello, ogni pietra, ogni albero o siepe, ogni forra, ogni cresta ti sarà da confine.

In pianura potrai spostarti facilmente, tutto ti sembrerà vicino.

In montagna ogni passo sul sentiero ti insegnerà la differenza tra vicino e lontano.

In pianura avrai a disposizione tutto: quel che vedi è solo la minima parte di quel che puoi desiderare.

In montagna educherai il desiderio ad accontentarsi di ciò che puoi vedere.

Tornammo qui per nutrire la nostra immaginazione, che fu diversa da quella di pianura.

Perciò chiamammo “Limite” questo nostro villaggio.

Quale immaginazione è la tua?

Se vuoi poter creare qualsiasi cosa, uomo, devi scendere in pianura.

Se vuoi poter creare qualsiasi cosa in accordo con l’equilibrio che regola il tutto, devi salire in montagna”.

Non era un vero altare, non un posto dove offrire sacrifici o celebrare alcunché. Era solo un sasso, grande, con una superficie quasi piana. Un sasso, e un gruppo di giovani castagni, nati da un ceppo di un vecchio albero secolare, abbattuto da tempo. Una tavola rozza, ottenuta dal legno di quell’albero antico, riportava queste parole incise a fuoco sul legno. La grafia era incerta, sprecisa e disomogenea.

Perché erano stati in tanti a scrivere, ognuno contribuendo con una propria frase.

***

Prologo

Semi sull’altopiano

I

«Che la seduta del Consiglio abbia inizio!»

Il suono della piccola campana tibetana – uno dei pochi oggetti del periodo pre-bellico che la comunità conservasse – provocò immediatamente il silenzio più totale. Persino quelli che erano seduti sui sacchi di pula, contro la parete, si immobilizzarono, col timore che il rumore causato anche dal più piccolo movimento avrebbe potuto disturbare la sacralità di quel momento. Come in tutte le riunioni che facevano, dapprima si dava spazio alla convivialità, perché nessuno dimenticasse la bellezza di incontrarsi. Il lavoro nei campi era duro per tutti, era quindi ben accolta ogni occasione di incontro e le cose da raccontare, pure in un villaggio tanto piccolo, non mancavano. Il chiacchericcio che riempiva la cantina del Custode del Grano, lieve e mai assordante, diceva molto di quella gente, forse più che il contenuto stesso dei loro discorsi. Parlavano tutti, a due a due, o a gruppetti, spontanteamente, ma sempre a mezza voce, e per evitare che il rimbombo trasformasse le volte in pietra di quella cantina in una prigione, e per quella innata forma di rispetto che avevano maturato, che li convinceva sempre più che nella loro comunità tutti erano utili, ma nessuno indispensabile. Avevano così imparato che nessuna voce aveva il diritto di sovrastare le altre, e anzi, anche durante le riunioni, quando arrivava per ognuno il turno di parlare, misuravano bene le parole, perché erano consci che in quel momento gli altri offrivano il loro silenzio e il loro ascolto, e quindi dovessero essere ripagati con parole chiare, concise e semplici. Manifestavano così in cuor loro la verità di quei versi del Maestro che recitavano: «E quando si trattava di parlare, aspettavamo sempre con piacere».

Quella sera, poi, era un’occasione speciale. Di quelle che accadono raramente. I nuovi arrivati, a cui era stato offerto di sedersi sulle lunghe panche di legno (alcune delle quali avevano perfino dei cuscini riempiti con foglie di granoturco), anche se non erano stati edotti sugli usi e costumi della comunità di Limite, mostrarono di intuire da subito qual era il comportamento più consono alla situazione, poiché a nessuno che entri in un ambiente dove tutti parlano sottovoce verrebbe mai in mente di parlare a voce alta, a meno di non possedere un ego smisurato! Le famiglie dei limitesi, poi, li accolsero con sorrisi ed abbracci fraterni, ma con gesti misurati, come ad introdurre qualcosa di rituale e quasi sacro che – così sembrava – di lì a poco avrebbe avuto luogo e di cui quel primo momento conviviale non era che il prologo.

Si sedettero quindi, concedendosi gentilmente alla curiosità dei limitesi che comprensibilmente volevano sapere da dove venissero, quali fossero le condizioni della gente di pianura da cui essi fuggivano, quale strada avessero seguito per salire fino all’altopiano di Limite, se avessero avuto disagi lungo il tragitto e cose del genere. Evidentemente non accadeva spesso che a Limite arrivassero forestieri, o forse quella era addirittura la prima volta, questo era apparso subito evidente anche agli stessi fuggitivi, nè la cosa li stupiva più di tanto. Il tragitto che avevano seguito per salire fino all’altopiano era stato assai lungo e privo di indicazioni. L’impressione fu che ai limitesi interessasse essere raggiungibili dagli abitanti della pianura non più di quanto agli abitanti della pianura stessi interessasse raggiungere Limite. Quando decisero di fuggire invero provarono a chiedere informazioni – sapevano infatti che, anche se i contatti non erano frequenti, qualcuno che intratteneva rapporti seppur sporadici coi limitesi c’era – ma non riuscirono che ad avere notizie frammentarie e spesso contraddittorie, decidendosi alfine di trovar da soli la strada per l’altopiano. Cosa che poi effettivamente riuscì loro, ma non nei tempi e nelle modalità che avevano preventivato. La distanza che avevano ritenuto di coprire prima del tramonto, richiese invece un altro giorno di cammino, con la conseguenza di una notte all’addiaccio. La stagione fortunatamente era mite e la piccola comitiva riuscì a superare anche quell’imprevista difficoltà, giungendo infine a Limite nel pomeriggio inoltrato del giorno dopo. Fu allora che i limitesi, di ritorno dal lavoro dei campi, decisero di convocare una riunione straordinaria del Consiglio. I primi racconti dei fuggitivi li convinsero dell’importanza di affrontare subito la questione. Vennero quindi accolti, rifocillati, ed invitati a partecipare all’incontro che appunto si teneva nella cantina del Custode del Grano.

Quando udirono il suono della campana anche loro fecero subito silenzio, imitando i limitesi.

«Amici, grazie a tutti voi della vostra presenza. Non è nostra abitudine convocare il Consiglio senza preavviso, nemmeno nei casi di emergenza, ma – viste le circostanze – abbiamo ritenuto doveroso riunirci quanto prima. Vedo che ci siete tutti…» disse il Custode guardandosi rapidamente intorno «Questo è molto positivo, sia per noi che per i nostri nuovi amici che oggi sono giunti a Limite. Come vedete, la nostra è una comunità molto unita» aggiunse, indirizzando un sorriso ai nuovi arrivati.

Eri, uno dei giovani fuggitivi seduto su una delle panche, istintivamente si sporse all’indietro, verso la ragazza che sedeva alle sue spalle, Sura, con cui aveva scambiato qualche parola poco prima.

«Chi è quello che sta parlando?» le sussurrò. Sura gli si avvicinò muovendosi lentamente e riuscendo – chissà come – a evitare che il sacco di pula su cui era seduta producesse il minimo rumore. Eri avvertì una vibrazione particolare quando lei gli fu vicina, ed un lieve profumo di lavanda. Come avrebbe appreso solo nei mesi seguenti infatti, tutti i limitesi facevano grande uso di mazzetti di lavanda e di elicriso per profumare i loro armadi, e spesso le donne addirittura stendevano le camicie ad asciugare, ponendole direttamente su cespugli di lavanda. La voce di Sura gli giunse come un bisbiglio: «Quello? Bè, attualmente – da due stagioni ormai – è il Custode del Grano…» Eri annuì, benché ovviamente non potesse ancora comprendere a pieno il significato di quella mansione «Ed è anche… mio padre» aveva proseguito Sura, ignorando se Eri l’avesse sentita, poiché nel frattempo l’oratore aveva ripreso il suo discorso.

«Quando i primi di noi, molti anni fa, subito dopo la catastrofe, decisero di abbandonare la pianura per tornare quassù in cerca di un luogo migliore in cui vivere, alcuni di voi non erano ancora nati. Io ero appena diventato papà – sorrise, guardando di sfuggita Sura con un misto di gioia e commozione – ed erano molti i dubbi che avevamo riguardo alla riuscita del nostro progetto. Oggi possiamo dire con convinzione che scegliemmo bene. Viviamo qui a Limite da oltre vent’anni e, diciamolo, le cose ci sono andate sempre piuttosto bene direi!»

Un lieve colpo di tosse di un altro degli anziani, distolse per un attimo il Custode dal suo discorso. «Va bene Nunzio» sorrise il Custode ammiccando al suo rauco vicino «A parte l’incidente del pozzo, ovviamente…». Tutti risero, tranne i nuovi arrivati che chiaramente non conoscevano l’episodio a cui il custode si riferiva. Eri si voltò verso Sura con aria interrogativa, ma lei scosse la testa delicatamente abbassando lo sguardo come a dire: «Non farci caso, è una vecchia storia senza importanza».

«Da quello che ci dite – proseguì il Custode ammiccando ai nuovi arrivati – le condizioni in pianura non possono certo dirsi migliorate in questi venti anni (molti dei fuggitivi scossero la testa sconsolati). Avremmo dovuto quindi considerare la possibilità che, prima o poi, altri avrebbero preso decisioni simili a quella che mosse molti di noi, anni fa. Oggi ci troviamo di fronte a questo: questi nove giovani…»

«Eh… mica tutti giovani, Custode!» escalmò una delle donne sedute sulle panche. I limitesi risero, mostrando così simpatia e stemperando in parte l’imbarazzo di quel momento. Interrompere l’orazione del Custode infatti era considerato da tutti i limitesi uno dei peggiori affronti che si potessero compiere. Ma, viste le circostanze, e comprendendo bene che non si poteva pretendere dai nuovi arrivati una immediata conoscenza dei loro rituali, oltre al fatto di essere tolleranti per natura, i limitesi ritennero di dover ben dare coraggio ai visitatori, facendoli sentire a proprio agio.

«Se non tutti giovani in senso anagrafico, almeno giovani in spirito! – aveva proseguito il Custode – Comunque sia, questa è la situazione: in nove sono fuggiti, non so bene da quale città della pianura, ma non ha importanza dopotutto, e oggi sono qui a chiederci ospitalità».

A quel punto un seppur lieve mormorio si diffuse nella cantina. Evidentemente ben pochi tra i limitesi avevano avuto modo di ascoltare dalla diretta voce dei nuovi arrivati quali fossero le loro intenzioni, se fosse la loro presenza solo un fatto temporaneo o se invece, come appunto ora le parole del Custode confermavano, la loro fosse stata, allo stesso modo di quello che accadde venti anni prima agli stessi limitesi, una scelta definitiva.

«Non possiamo certo essere noi a condannare questa decisione – proseguì il Custode – poiché noi stessi decidemmo un tempo allo stesso modo. Nè possiamo rifiutarci di aiutarli, per i principi che ci siamo dati e che ci onoriamo di rispettare. Tuttavia… il suo tono si fece più grave – Tuttavia dobbiamo pure valutare con coscienza ciò che questo comporta. Dovete comprendere amici – disse, rivolto ancora ai nuovi arrivati – che la nostra comunità è piccola e le risorse non sono illimitate. Forse in pianura si pensa in modo diverso, forse laggiù si ritiene che tutte le cose possano crescere in modo indefinito solo perché a noi piace così. La pianura con i suoi grandi spazi che sembrano senza confini può facilmente illudere in tal senso. Ma qui in montagna abbiamo ben chiaro che la volontà dell’uomo, per quanto forte possa essere, deve prima o poi fare i conti con i limiti della natura, limiti che non possono essere superati. Mai».

Eri notò una sfumatura quasi ieratica nelle ultime parole del Custode. L’atmosfera distesa e serena che caratterizzava quella riunione non era affatto venuta meno; le parole del Custode non parevano contraddire il sentimento popolare di quella gente, affatto. Era semmai qualcosa che, così credette il giovane, conferiva all’atmosfera che regnava in quella comunità, un valore ancora maggiore.

«A parte qualcuno meno giovane, anagraficamente – ammiccò il Custode sorridendo alla donna che prima l’aveva interrotto – è probabile che nessuno dei nostri nuovi amici conosca molto della nostra comunità. Sappiate allora che questo altopiano era, molto tempo addietro, un pascolo estivo tenuto in grande considerazione. Poi, nel periodo di quello che voi in pianura solitamente chiamate… “sviluppo” (qualche malcelata risata sarcastica tra i denti si udì nella cantina) venne abbandonato per attività più… redditizie. Non aveva mai avuto un nome questo posto, così almeno raccontavano mio nonno e il nonno di mio nonno. Fummo noi, venti anni fa, quando fuggimmo come voi dalla pianura che scegliemmo di chiamarlo “Limite”. Il perché, non devo essere io a spiegarvelo questa sera. Se rimarrete con noi sarete voi stessi a scoprirlo, da domattina stessa. La sveglia è per le cinque e mezza. Siate i benvenuti».

Le cinque e mezza! Per Eri quella fu la prima doccia fredda – la prima di una lunga serie dovremmo dire onestamente – che talvolta gli fece dubitare di aver fatto la scelta giusta. Gli sguardi dei suoi compagni di sventura che incontrò voltandosi, ora a destra, ora a sinistra, gli mostrarono che tutti gli altri occupanti delle panchine di legno (anche quelle con i cuscini di foglie di granturco) condividevano le sue stesse preoccupazioni.

La riunione del Consiglio proseguì fino a notte fonda.

Le perplessità non mancavano, tanto per gli uni quanto per gli altri. Appurato – non ci volle molto – che di ritornare nelle città della pianura non se ne parlava nemmeno, la questione era adesso decidere dove stabilirsi. I limitesi avrebbero potuto ospitare, dall’oggi al domani, ben nove persone in più? I campi che coltivavano avrebbero dato loro il cibo sufficiente? Certo, il buon senso dei limitesi aveva da sempre dato alle loro coltivazioni un impronta di grande responsabilità e prudenza. Le scorte non mancavano, poiché si sapeva bene che gli imprevisti in montagna non mancano mai. Però… “a tutto c’è un limite” (come recitava il proverbio che, si comprenderà bene, visto il nome che portava, era il più onorato da quella comunità). Nove persone in più da sfamare (e non per una o due settimane, ma per sempre) non erano una cosa da nulla!

Va detto a questo punto che, per quanto i limitesi fossero una comunità coesa, erano pur sempre esseri umani e che, di fronte a questa novità, reagirono ognuno secondo le proprie inclinazioni ed il proprio carattere. In particolare – per facilità di esposizione semplificando una situazione che, in realtà, era alquanto complessa – si delinearono due tendenze opposte. Alcuni, tra cui quel Nunzio che di tanto in tanto accusava attacchi di raucedine polemica, convennero che bisognava dar tempo ai nuovi arrivati di ambientarsi. Non li si poteva caricare da subito di responsabilità che non erano pronti per sostenere. Si trattava in sostanza di dar loro fiducia. «Con buona probabilità stiamo facendo un buon investimento – così Nunzio riassumeva il suo pensiero – Ma si tratta di un investimento a lungo termine».

Altri invece, tra cui il Custode Maso – padre di Sura – erano più rigidi: certo si doveva dar loro fiducia! Ma non si poteva trattarli semplicemente come “ospiti”: avrebbero dovuto iniziare subito a dare una mano nei campi e negli altri lavori manuali. «Qualcosa sapranno pur fare! – esclamava Maso a chiunque lo interrogasse – Che diamine facevano in città? Non saranno stati mica tutti dei rinfacciaregole, no?»

Quando Eri udiva questi discorsi, arrossiva. Chissà se Sura se ne era mai accorta… questo pensiero lo turbava non poco. Perché lui era proprio uno di quelli che Maso derideva maggiormente. I rinfacciaregole, come li chiamavano i limitesi, erano tutti coloro che, invece di prodigarsi per costruire la comunità su regole semplici e condivise (come avveniva a Limite), sprecavano il loro tempo per gestire una mole inutile di leggi che pareva avere il solo scopo – così pensava Maso – di giustificare la loro professione. Erano, insomma, avvocati (o magistrati in genere). A Limite in venti anni non c’era mai stato bisogno di un tribunale e gli avvocati non esistevano. Il Consiglio degli anziani affrontava tutti i problemi che sorgevano nella comunità, le regole di comportamento venivano discusse e generalmente si addiveniva ad un consenso pressoché unanime. Le liti erano casi rari. Ma liti per fraintendimento delle regole non erano mai accadute. E questo era un punto a favore di Maso, Eri doveva, suo malgrado, riconoscerlo.

II

Erano proprio tanto diversi, loro che tutti chiamavano “fuggitivi”, dai limitesi? Eri iniziò a domandarselo sin da subito. Che cosa avevano di così diverso? Anche i limitesi, anni prima, fuggirono, proprio come stavano facendo adesso loro, dalla pianura e dalle contraddizioni che questa rappresentava. Certo, i limitesi non avevano una mèta, fecero affidamento unicamente sulle proprie forze e si impegnarono a creare dal nulla quel villaggio che ora accoglieva loro, i “fuggitivi”. Loro avevano sentito almeno parlare di Limite, avevano deciso di fuggire con lo scopo preciso di cercare quel luogo. Come dire, stavano facendo affidamento su qualcosa che altri avevano creato prima di loro, e di cui loro non avevano alcun merito. Inoltre, i limitesi erano fuggiti dalla pinaura prima che avvenisse la grande catastrofe, che forse avevano presagito. Loro invece avevano deciso di fuggire solamente dopo… Potevano per questo essere considerati opportunisti? Eri sapeva, o almeno intuiva, che la vita che si prospettava loro sull’altopiano sarebbe stata assai diversa a quella a cui erano abituati in pianura. Era consapevole che avrebbero dovuto sgobbare parecchio. Prima di partire se lo erano detti più e più volte: erano pronti a questo. Volevano far la loro parte e quindi, no, non c’era opportunismo nel loro cuore. Certo, la strada per loro era già stata tracciata dal altri, questo l’avrebbe resa forse un tantino più comoda. Ma a ben vedere… anche i limitesi partirono perchè i loro avi, prima, avevano usato quell’altopiano come alpeggio. Quindi, a modo loro, anche i limitesi avevano seguito le orme di altri che, prima di loro, avevano segnato una via.

Eri non poteva immaginare che un pensiero simile, quasi contemporaneamente, era sorto proprio tra i limitesi, che presero a interrogarsi in un modo affatto diverso.

«Ognuno ha i suoi tempi – aveva sentenziato in un’occasione Maso, riferendosi ai fuggitivi – Non si può biasimarli per questo. Quando noi partimmo dalla pianura, più di venti anni or sono, non ci furono forse amici, familiari, conoscenti, che lasciammo? Ricordate cosa dicemmo loro?»

«È un ricordo triste – aveva proseguito Nunzio – Ma sì, Maso ha ragione. Rammento bene i loro volti, i loro sguardi, e i nostri. Semplicemente loro non erano pronti per compiere quel passo. Non li si poteva convincere, perché era una decisione che ognuno avrebbe dovuto maturare da solo. Che di lì a presto le cose in pianura sarebbero precipitate, non li sfiorava nemmeno, mentre per noi era evidente. Non fu un momento facile. Abbandonare chi si ama non è mai semplice. Inseguivamo un sogno, e oggi se guardiamo il nostro villaggio possiamo ben dire che il nostro sogno è diventato realtà. Ma era il nostro sogno, non il loro…»

«Esatto Nunzio, e c’è dell’altro. Se ricordi ci dicemmo anche “forse tra non molto capiranno, e allora ci seguiranno, e noi saremmo pronti ad accoglierli”. Chissà, per qualcuno forse fu una forma di autodifesa, un modo per convincerci che stavamo facendo la cosa giusta, un modo per darsi forza. Bè… amici miei, credo che oggi abbiamo l’occasione di chiudere i conti con quel sentimento. È vero, quelle persone che amavamo e che speravamo ci avrebbero seguiti, in realtà non lo fecero. Ma ecco, oggi arrivano nuove persone. Non sono quelle persone, ma sono persone! Non è una buona occasione per dimostrare se siamo davvero capaci di accoglienza? Prima l’accoglienza per noi era solo una parola, perché nessuno mai ci aveva messo alla prova. Ora abbiamo l’occasione di farla diventare realtà.

Penso che questi giovani abbiano vissuto un momento difficile esattamente come accadde a noi. Anche loro avranno lasciato persone care, anche loro saranno stati giudicati, derisi, offesi. Forse alcuni di loro sono partiti di nascosto, per evitare dicusssioni, dolori, traumi. Ci hanno messo tanto a capire? È questo che stiamo pensando? E gli altri allora? Tutti quelli che restano in pianura? Ognuno ha i suoi tempi…».

«Ricordo una frase che ripeteva sempre mia nonna – aveva proseguito Costanza, una delle donne che a Limite insegnava ai bambini molte attività manuali – Lei diceva: ricordati, che il primo viandante che apre un nuovo sentiero è sempre solo. Per tanto tempo non ho dato importanza alle sue parole. Solo quando siamo arrivati qui sull’altopiano ho capito veramente cosa intendesse dire».

«La ricordo bene tua nonna – sorrise Nunzio – Portava il tuo stesso nome, ed era una donna magnifica. E molto saggia! Devi esserne fiera…»

«Lo sono – la sua voce era ferma e gioiosa – Ciò che mi ha insegnato quando ero bambina, ha continuato a dare i suoi frutti anno dopo anno, fino ad oggi. E ogni tanto anche ora, lo ammetto, mi tornano alla mente parole, come queste, che pensavo di aver dimenticato e che poi come per magia ricompaiono quando è il momento giusto. Come se fossero…»

«Semi?» aveva azzardato Maso sorridendo anch’egli.

Maso aveva ragione, la metafora era calzante. Alcuni semi germogliano più in fretta, altri più lentamente, al punto che talvolta quasi si dimentica dove li si è piantati. Ma la natura fa sempre il suo corso, e quando è il momento, il germoglio nasce.

«Io non ho avuto la fortuna di avere una nonna come la tua, Costanza – aveva proseguito dopo qualche attimo di silenzio l’uomo – Ma ricordo anche io una frase che ho letto quando ero ragazzo, e che sulle prime mi sembrò buffa, salvo poi, più o meno come è capitato anche a te, scoprirne il valore profondo via via che passavano gli anni. Avevo la sensazione che celasse dei tesori, ma si sa, quando si è giovani a volte certi particolari ci sfuggono. Sapevo che chi l’aveva pronunciata era considerato uno dei più grandi saggi di tutti i tempi, e per questo ne avevo un gran rispetto. La rispettavo, ma non l’avevo mai vissuta nella sua verità»

«Di chi era questa massima?» aveva chiesto Costanza.

«Di Confucio – aveva sorriso Maso – e diceva più o meno così: quando fai qualcosa, sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario, la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente».

***

Ci vediamo a Limite, tra due mesi, con il prossimo racconto.

Non mancare!

3 thoughts on “Il Senso del Limite: Prologo”

  1. Una narrazione avvincente quanto necessaria, che restituisce il tema epocale del limite con forza archetipica: se c’è una speranza, questa è legata al ricongiungimento con la nostra virtù umana, collocata esattamente alla confluenza di limite e libertà.

  2. Rientro, da pochi giorni, dal deserto dell’Oman. Lì ho trovato qualche oasi e villaggio che, mutatis mutandis, potrebbero essere non molto diversi da Limite. Vivere ancora in sintonia con l’ambiente, anche quello apparentemente più ostile, ci permette di trovare un fil rouge comune e di riconoscerci negli altri. Non è la lingua, né la religione e neppure le tradizioni che creano distanze. Grazie per averlo ricordato con Il Senso del Limite.

  3. Che bella storia! La lettura scorre fluida. Pensieri e inizi di riflessioni anche. Come non pensare ai nostri tempi?
    Grazie Paolo!

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