Merci capitalismo

Un contributo a cura di Massimiliano Pera

Immagine di copertina: Julius Silver

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I beni materiali che compriamo quotidianamente con i soldi assolvono essenzialmente a due funzioni. Nell’immediato, comprare qualcosa soddisfa un bisogno, e questa è la cosa più banale, l’aspetto più attrattivo e manifesto. Dall’altra, assolve alla funzione subdola di scambio con altre merci attraverso un’altra merce, ovvero la merce delle merci: il denaro. Il denaro ha in sé il potenziale di comprare il valore corrispondente a un oggetto determinato dal mercato.

A questo punto sorge una domanda, anzi due: da cosa è determinato il valore di una merce? Dalla sua utilità o da qualcos’altro? E poi, perché tanti economisti, primo tra tutti Karl Marx, hanno messo in evidenza questo duplice aspetto contraddittorio delle merci, vale a dire l’aspetto dell’utilità o bene d’uso, e l’aspetto dello scambio con altre merci, vale a dire bene di scambio? E poi aggiungiamo una terza domanda: siamo di fronte a due aspetti distinti che si manifestano su due oggetti diversi, il bene d’uso e il bene di scambio, o siamo di fronte a un unico oggetto con un duplice aspetto contraddittorio?

Proviamo ad andare per ordine per riuscire a svelare questo mistero. Se io compro qualcosa, spendo denaro, denaro con il quale potrei comprare mille altre cose. Se riesco a rivendere la stessa merce che ho comprato a un prezzo maggiore, faccio soldi, e inconsciamente perseguo la formula economica su cui si regge il capitale: D-M-D (denaro-merce-denaro). Compro e vendo a un prezzo maggiore. Se fossi invece un produttore, investo denaro (D), produco merce (M), e rivendo con un ricarico (D). Se poi volessi investire i soldi guadagnati in borsa, si aggiungerebbe un’altra D (D-M-D più D).

Quindi, l’aspetto dello scambio è legato a fare i soldi per avere a disposizione più merci e soddisfare i bisogni che si riflettono nelle merci. Se decido di comprare un oggetto solo per soddisfare un bisogno, esco da questa economia e entro nella sfera della pura utilità fine a se stessa o del puro consumo. Questo processo è destinato a collassare su se stesso nel momento in cui cessa la necessità e blocca ulteriori passaggi finalizzati allo scambio con altre merci attraverso il denaro. A meno che non sorgano nuovi bisogni indotti dalla pubblicità, o peggio ancora dall’obsolescenza programmata per far durare meno del tempo
previsto i cosiddetti beni durevoli.

L’utilità della merce quindi diventa un male per lo scambio, ma un male necessario, perché veicola e innesca l’attrazione dell’oggetto merce nei confronti dei cosiddetti consumatori.

Una sorta di garanzia laddove è più forte la necessità. Immaginiamoci una persona nel deserto priva di acqua: quanto pagherebbe per un bicchiere d’acqua? Insomma, sulle necessità si va sul sicuro! E più si va su dei bisogni essenziali, più si ha la garanzia che si attivino certi processi di mercato e di lavoro. Questa è una delle ragioni per cui l’utilità della merce, o il bene d’uso, deve rimanere al suo posto, cioè in secondo piano rispetto al bene di scambio, come se fosse il male necessario da sopportare fin tanto che c’è una richiesta sul mercato.

Il fare soldi rimane l’obiettivo principale dell’economia capitalista perché rinnova la possibilità di rigenerare il sistema attraverso le sue cellule germinali: le merci. Quando la merce delle merci, il denaro, si accresce durante gli scambi, vuol dire che l’economia è
florida. L’ideologia della crescita infinita espressa nel valore del PIL sembrerebbe dirci questo, con la presunzione di asserire, se ce ne fosse bisogno, che se c’è una crescita dello scambio delle transazioni economiche, aumenta la ricchezza per tutti. Più consumo, più clienti, più lavoro, e più soldi per tutti. Ma è sempre stato così? E sempre sarà così? O c’è qualcosa ancora che non ci hanno detto?

Nelle economie pre-capitaliste, ad esempio, dove lo spazio economico non era così invasivo come oggigiorno, come vivevano? Marx ha dedotto che in epoche precedenti al capitalismo vigeva un’altra formula sulla quale inconsciamente si reggeva gran parte
dell’economia: la M-D-M (merce-denaro-merce), vale a dire che in società prevalentemente contadine, la merce da vendere era relegata più che altro all’eccedenza dei raccolti in determinate circostanze. Da qui, la vendita delle eccedenze per comprare
altre merci necessarie per avere una maggiore ventaglio di merci a disposizione. Gli artigiani lavoravano solo su ordinazione, ecc. Le prime forme di accumulazione delle derrate avevano anch’esse una funzione utilitaria, dettata solamente dallo scopo di evitare
di morire di fame nei momenti delle carestie, ecc.

Produrre beni assumeva un’impostazione sociale di per sé, poiché tutte le attività erano integrate in un sistema del saper fare quasi tutto. Paradossalmente, in un sistema siffatto, non omologato industrialmente dal mercato, c’era una maggiore predisposizione alla creatività, quasi su tutto. Un’evidenza che si ritrova nelle numerose opere d’arte che ci provengono dal passato. I nostri borghi storici, le cattedrali e tutta l’architettura ne sono la testimonianza più evidente. Mondi e modi così diversi tra loro sono da distinguersi in due concetti diversi? O attualmente la merce ha una duplice funzione che spazia in entrambi?

Maurizio Pallante sembrerebbe dirci che ci sono due entità contrapposte. Durante il suo ultimo intervento all’assemblea nazionale della decrescita felice, ci ha parlato di diminuzione di merci (impostazione governata selettivamente) che non sono beni, ma tutti
gli sprechi e le inefficienze, le quali debbono essere sostituite da un aumento di beni e servizi autoprodotti che non passano attraverso il processo di mercificazione. Una sorta di rinnovamento della qualità della vita attraverso una decrescita economica.

Questa visione potrebbe essere considerata l’economia vernacolare di Ivan Illich, un sistema basato sulla capacità dell’autoproduzione di tutte quelle attività che non sono fatte per essere vendute. La maggioranza dei sostenitori della decrescita, però, non mette in conto la distinzione profonda tra un bene e una merce, tra il mondo antico e il mondo moderno che ha
sostenuto e governa l’economia, perché una discussione è lecita solo se si parla di sostenibilità ambientale, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti, di salari, di prezzi. Categorie universali che regolano gli scambi tra gli uomini, dentro le quali è
possibile una discussione tra benpensanti, ovviamente fuori dai contesti di sofferenza delle masse, forzatamente abituate a discutere di altre cose: dal gossip alla pubblicità, al calcio, ecc. Tifoserie di gente che si schiera dall’una o dall’altra parte, senza avere una minima idea in quale tipo di società siamo immersi: una società dei consumi che si riflette su se
stessa attraverso l’idolatria delle merci.

Come afferma Anselm Jappe nel libro “Le avventure della merce,” il tema della critica del valore non è una critica del valore di scambio delle merci. Smontare la tesi del valore ci permette di analizzare l’impianto dell’economia capitalista, come se la merce fosse un suo frattale, un feticcio da venerare. In cosa consiste il valore? Il valore è una quantità determinata di lavoro astratto contenuta nella merce. Il lavoro che compone il valore conta soltanto come pura spesa di tempo di lavoro senza riguardo per la forma specifica nella quale è stato speso.

La vita di san Francesco invece ne è un esempio opposto. Ha dimostrato come si potessero ribaltare i rapporti con la ricchezza monetaria di quel tempo e con il potere di quel tempo. Ci dimostra che l’economia del dono è in antitesi con il valore indistinto. L’economia del dono è esistita funzionando solo come uno scambio incondizionato di beni e servizi tra soggetti di una stessa comunità. I primi ordini francescani si diedero delle regole ferree a riguardo: le questue si potevano accettare solo in una forma, solo se si era in presenza di doni autoprodotti, rifiutando categoricamente i soldi, perché i soldi rappresentavano, e sono, un’astrazione dall’essenza del valore. Il frutto della divisione sociale, guarda caso, è l’obiettivo del capitalismo. Quindi si potevano accettare i beni e non i soldi, poiché nel bene autoprodotto c’è il valore autentico, espresso dalla materializzazione del tempo direttamente proporzionale al lavoro eseguito. Era l’essenza, il profumo di chi donava, diverso da qualsiasi altro odore e valore, un unicum. Il ruolo sociale di chi interpretava questi scambi avrebbe stravolto la funzione sociale del denaro che si basa invece su un’astrazione. Attivare una forma rinnovata di situazioni fuori dagli schemi del mercato può essere un antidoto contro tutti quei meccanismi impersonali ai quali ci hanno abituato ad obbedire.

Non è possibile cambiare il paradigma economico se prima non c’è un’analisi adeguata di tutti gli aspetti che riguardano la vita sociale interconnessa con il vivere quotidiano. Scoprire i legami profondi che legano i bisogni umani agli oggetti vuol dire avere un approccio laico in cui si discerne ciò che serve da ciò che invece è frutto di questa neo-religione basata sul Dio denaro, trasmessa con i suoi bronzetti votivi: le merci. Forse san Francesco intravide un ritorno alle religioni feticiste.

In conclusione, l’analisi della merce come cellula germinale del capitalismo ci rivela un mondo in cui il valore è determinato da forze complesse e spesso contraddittorie. La distinzione tra bene d’uso e bene di scambio non è solo teorica, ma pratica e quotidiana, influenzando le nostre scelte e la struttura stessa della società. Comprendere questi meccanismi ci permette di vedere oltre la superficie degli scambi economici e di riflettere sulle implicazioni più profonde della nostra economia e dei nostri consumi. La critica al capitalismo non è solo una critica economica, ma una riflessione sulla natura stessa dei valori che guidano la nostra vita e sulle possibilità di costruire un mondo più equo e sostenibile.