Abbiamo appena undici anni per bloccare tutte le politiche che generano emissioni e modificano il clima. Dopodiché sarà troppo tardi. MDF si unisce alla campagna giudiziouniversale.eu per chiedere che sia rispettato il Diritto al Clima.

“L’ondata di maltempo che si è abbattuta sul nostro Paese negli ultimi due giorni ha letteralmente devastato moltissime città. Da Venezia a Matera, da Gallipoli a Trieste, l’Italia è sott’acqua. Non accetteremo lacrime di coccodrillo su questo disastro: gli scienziati hanno allertato da decenni sui rischi dei cambiamenti climatici e sul fatto che la situazione adesso non potrà che peggiorare. Opere monumentali e storiche risultano distrutte, intere spiagge sono sparite, molti e molte hanno perso la casa o subito danni gravissimi, ci sono dei morti e le città sono diventate invivibili. Non è la pioggia a esserne responsabile, ma l’incapacità politica dei nostri governi, che da decenni hanno prima negato il problema, e poi fatto sempre troppo poco. Per questo facciamo causa”.

Recita così il post comparso ieri sulla pagina di giudiziouniversale.eu, la campagna indetta da un folto gruppo di organizzazioni, associazioni, comitati e singoli cittadini, assistiti da un team legale composto da avvocati e docenti universitari, per chiedere al Tribunale di imporre allo Stato italiano di attuare misure più stringenti per rispondere ai cambiamenti climatici e invertire il tragico processo in corso.

Abbiamo poco tempo

Gli scienziati ne sono certi: se continuiamo così, entro la fine del secolo le temperature aumenteranno di oltre 4°C. Abbiamo appena undici anni per bloccare tutte le politiche che generano emissioni e modificano il clima. Giunti a quel punto, sarà troppo tardi. Nessuno dei leader mondiali ha colto il messaggio e l’urgenza del pericolo, nemmeno a casa nostra. Eppure gli effetti dei cambiamenti climatici sono ormai sotto gli occhi di tutti: scioglimento dei ghiacciai, siccità, desertificazione, eventi climatici estremi, estinzione di interi ecosistemi sono solo alcuni dei fenomeni che già oggi si verificano su tutta la Terra.

Cosa sta succedendo?

Le concentrazioni atmosferiche di gas serra anno dopo anno raggiungono nuovi record. Rispetto al 1990, la capacità dei gas serra di alterare il bilancio energetico terrestre (forzante radiativo) è aumentata del 41% [WMO Greenhouse Gas Bulletin – No. 14].

La causa sono le attività umane, e in primo luogo l’utilizzo di combustibili fossili. In particolare (dati 2010, IPCC Fifth Assessment Report):

  • il 35% delle emissioni globali proviene dal settore dell’approvvigionamento energetico
  • il 24% dal settore dell’agricoltura, silvicoltura e altri usi della terra
  • il 21% dall’industria
  • il 14% dai trasporti
  • il 6.4% dagli edifici

E sono in continuo aumento! Se continuiamo su questa strada, già nel 2030 potremmo raggiungere un riscaldamento globale di +1.5°C, e a fine secolo potremmo arrivare a oltre 4°C in più [IPCC Special Report: Global Warming of 1.5°C]. Per restare entro la soglia dei 2°C di riscaldamento globale, entro il 2030 dovremmo invece tagliare le emissioni del 25% rispetto al 2010.

Con quali conseguenze?

Interi ecosistemi distrutti ed estinzione di massa delle specie animali e vegetali, aumento del 100% del rischio di inondazioni, 350 milioni di persone esposte a rischio idrico e siccità, 46 milioni colpite dall’innalzamento del livello dei mari, il 9% della popolazione mondiale esposta a ondate di calore. E poi ancora: collasso dei sistemi di produzione del cibo, incremento dei conflitti e delle migrazioni di massa di intere popolazioni.

In Italia, in particolare, verrebbero rivoluzionate geografia e topografia. Lo scioglimento dei ghiacci perenni della zona alpina porterebbe alla perdita di fondamentali riserve d’acqua, l’equilibrio degli ecosistemi verrebbe fortemente compromesso e aumenterebbe il rischio idrogeologico. Già compromesso dalle sempre più frequenti ondate di calore, piogge, grandinate e nevicate forti e improvvise, inondazioni, trombe d’aria.

E infine l’innalzamento del livello dei mari globale che porterà alla scomparsa di molte aree, soprattutto costiere: esempi emblematici sono Venezia, la città sull’acqua, gran parte della Pianura Padana, la Liguria e tutte le regioni che si affacciano sul mare.

Malgrado ciò non stiamo facendo nulla.

L’Italia è parte del cosiddetto gruppo dei Paesi sviluppati, quelli che storicamente sono i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra a livello globale. Rispetto al 1990, al 2017 le nostre emissioni si sono ridotte di appena il 17.4% [ISPRA], mentre già nel 2007 l’IPCC chiedeva che i Paesi sviluppati riducessero le emissioni del 25-40% entro il 2020 [IPCC Fourth Assessment Report]. Inoltre, parte di questa riduzione è dovuta sia alla crisi economica del 2008 e al conseguente calo della produzione, sia alla delocalizzazione di alcuni settori produttivi all’estero [ISPRA], e non a politiche climatiche efficaci. I nostri target di riduzione per il futuro sono del tutto insufficienti rispetto a quanto la scienza ci chiede per sperare di mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia degli 1.5°C: anche la proposta di Piano Nazionale Energia e Clima presentata a fine 2018 è stata giudicata troppo poco ambiziosa [European Climate Foundation].

Perciò nasce Giudizio Universale

Per chiedere allo Stato Italiano di attuare misure più stringenti per rispondere ai cambiamenti climatici e invertire il processo. Per chiedere che si riconosca la gravità della situazione in cui si trova l’Italia e si agisca di conseguenza. Per chiedere che si riconoscano le violazioni dei diritti umani causate dagli impatti dei cambiamenti climatici e che vengano adottati target di riduzione delle emissioni in linea con quanto ci chiede la scienza per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia prudenziale di +1.5°C rispetto al periodo preindustriale.

“Chiediamo giustizia per i danni apportati al sistema climatico globale e l’eliminazione immediata delle cause dei cambiamenti climatici” sono queste in sostanza le richieste portate avanti dai cittadini, gruppi e associazioni per la giustizia climatica, inseparabile dalla giustizia sociale e ambientale, articolando un movimento globale per il rispetto dei diritti umani e collettivi, l’uguaglianza tra i popoli e le generazioni, e il riconoscimento delle responsabilità storiche per la distruzione climatica e ambientale. I cambiamenti climatici non sono solamente un problema ambientale, che riguarda la natura, ma soprattutto una questione politica ed etica, in quanto mettono a repentaglio il godimento di una serie di diritti, in primis quello alla vita, alla salute e al lavoro, e colpiscono tutti ma non tutti allo stesso modo.

In moltissimi Paesi, movimenti e cittadini stanno citando in giudizio Stato, istituzioni e imprese per costringerli ad attuare politiche realmente efficaci.

A fare d’apripista a questo genere di contenziosi sono stati gli Stati Uniti, utilizzando il meccanismo di responsabilità del “Toxic Tort”, nato per reprimere gli illeciti di pericolo ed evolutosi per affermare la colpa da omissione (di informazioni e di misure di tutela) da parte di imprese e agenzie pubbliche nell’ambito dell’esercizio di attività pericolose per la salute e l’aria (inquinamento, agenti chimici, contaminazioni ecc.).

Oggi, le causa climatiche in atto in tutto il mondo sono diverse centinaia e continuano ad aumentare. A partire da queste richieste, i contenziosi legali per la giustizia climatica si sono moltiplicati negli ultimi anni: cittadini e associazioni si rivolgono ai tribunali per chiedere il rispetto dei propri diritti, contestando la responsabilità delle imprese più inquinanti e l’inazione degli Stati.

In quest’ultimo campo, dopo la prima importante vittoria nel 2015 della Fondazione Urgenda contro lo Stato olandese, obbligato dalla Corte a rivedere i propri target [Climate case – Urgenda], sono aumentate esponenzialmente le azioni della società civile che mettono sotto processo i propri Stati: dalla Francia [L’affaire du siècle] all’Irlanda [Climate case Ireland], dal Belgio [Klimaatzaak] alla Svizzera [KlimaSeniorinnen], fino agli Stati Uniti [Juliana v. United States]. La speranza è che queste azioni continuino ad aumentare.

La responsabilità è nostra, ma le più gravi conseguenze le pagheranno altri

Se l’aria che respiriamo e la terra che calpestiamo sono le stesse per tutti, non sono uguali le capacità di adattarsi e reagire ai cambiamenti climatici per tutte le persone e per tutti i popoli. Il riscaldamento globale e le sue conseguenze porteranno e stanno già portando ad impatti disastrosi nell’intero pianeta, ma alcuni Paesi ne sono maggiormente colpiti. E questi Paesi spesso corrispondono a quelli meno sviluppati, che hanno contribuito meno al raggiungimento della situazione attuale, e che sono più impreparati a farvi fronte.

E chi non è in nessun modo responsabile della distruzione del clima e dell’ambiente a cui siamo arrivati sono le generazioni future, alle quali tuttavia stiamo lasciando un pianeta molto diverso da come lo abbiamo trovato.

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